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| Jordi Farreras – Meridiano Cero |
Jordi Farreras – Meridiano Cero (Astronomy Recording Music, 2026)
Memoria di luoghi che restano
Ci sono album che ascolto e che, quasi senza accorgermene, mi fanno fermare. Meridiano Cero di Jordi Farreras è uno di questi. Fin dalle prime note ho avuto la sensazione di entrare in uno spazio fatto di ricordi, luoghi conosciuti e piccole immagini rimaste nascoste nel tempo. Non è soltanto musica: è il tentativo, delicato e profondamente personale, di tornare là dove tutto è cominciato e cercare, attraverso i suoni, qualcosa che ancora appartiene al presente.
Pubblicato da Astronomy Recording Music, questo quinto album solista di Farreras mi ha colpito per la capacità di trasformare i ricordi e i luoghi dell’infanzia in un racconto musicale sincero e profondamente umano (il traduttore automatico aiuta in queste occasioni).
È un disco che parla di casa, ma non della casa intesa semplicemente come spazio fisico. Parla di memoria, di strade, di voci, di persone, di piccoli dettagli che finiscono per diventare parte della nostra identità. È il primo capitolo della Home Trilogy, un progetto dedicato ai luoghi nei quali Farreras ha realmente sentito di appartenere, e questo primo viaggio conduce fino agli anni dell'infanzia, agli edifici di Avenida Meridiana dove ancora oggi vivono i suoi genitori.
E allora ascoltare Meridiano Cero significa entrare in una geografia molto personale. Non quella delle grandi distanze, ma quella delle piccole cose: una strada conosciuta a memoria, il vicino di casa, una luce particolare, un rumore proveniente da una stanza, una voce familiare. Tredici brani cantati in catalano costruiscono così una sorta di mappa emotiva delle origini.
Farreras costruisce questo racconto utilizzando strumenti e suoni differenti, dal pianoforte al contrabbasso, dalla chitarra classica al flauto, dalle percussioni ai piccoli strumenti elettronici come i Casio PT-1 e PT-87, senza dimenticare effetti sonori e tracce preparate. È una tavolozza volutamente personale, nella quale la dimensione musicale sembra continuamente intrecciarsi con quella del ricordo.
L'apertura, Carrer Torroella de Montgrí, è quasi una porta d'ingresso. Un titolo che già indica una direzione precisa: non un luogo astratto, ma un indirizzo, una strada, qualcosa di concreto che appartiene alla memoria. Poi arrivano Els meus primers records, El veí del segon ed El Búho, e il disco comincia lentamente a prendere la forma di un album fotografico nel quale le immagini non sono necessariamente nitide, ma proprio per questo risultano ancora più vere.
Mi colpisce soprattutto il modo in cui Farreras sembra
lasciare spazio anche alle imperfezioni della memoria. Al costat de la
Meridiana Part I e Part II sono infatti improvvisazioni
realizzate dal gruppo Dirty Putos e registrate negli appartamenti di
Meridiano Cero nell'estate del 1998. Non sono semplicemente parentesi inserite
nella scaletta: sembrano frammenti recuperati dal passato e riportati nel
presente.
Ed è proprio qui che Meridiano Cero trova una delle sue caratteristiche
più belle: il passato non viene ricostruito artificialmente, ma lasciato
emergere attraverso tracce, voci e registrazioni che appartengono realmente a
quel mondo. Anche le registrazioni effettuate nell'appartamento dei genitori e
nel quartiere Horta di Barcellona contribuiscono a rendere il progetto qualcosa
di profondamente concreto.
Les portes e Vòrtex, con il pianoforte di Hugo González, aprono altre prospettive, mentre El Tacot, La Llum e soprattutto L'ull de neó aggiungono ulteriori tasselli a questo percorso fatto di immagini, oggetti, luce e movimento. La musica non sembra voler raccontare una storia lineare: preferisce procedere per associazioni, proprio come fa la memoria quando qualcosa riporta improvvisamente alla mente un momento lontano.
E poi c'è lo strumentale elettronico V, che con i suoi oltre dodici minuti chiude il viaggio con un'atmosfera sospesa e introspettiva, lasciando che siano i suoni a parlare.
Ascoltando Meridiano Cero ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un lavoro nel quale la musica diventa un modo per conservare ciò che inevitabilmente cambia. Non c'è soltanto nostalgia. C'è soprattutto la consapevolezza che alcuni luoghi continuano a vivere dentro di noi anche quando gli anni passano e tutto intorno si trasforma.
Jordi Farreras non racconta quindi semplicemente la propria infanzia. Racconta quel particolare rapporto che tutti, in forme diverse, abbiamo con i luoghi dai quali siamo partiti. Una casa può diventare una memoria, una strada può diventare un suono, una voce può riportarci indietro di decenni.
Meridiano Cero nasce proprio da questa esigenza: tornare alle origini per capire quanto quelle origini siano ancora presenti nel nostro modo di essere.
E forse è questo il senso più profondo di un disco come questo: alcuni luoghi finiscono, ma non smettono mai davvero di essere casa.
Tracklist: Carrer Torroella de Montgrí, Els meus primers records, El veí del segon, El Búho, Al costat de la Meridiana Part I, Les portes, El Tacot, Al costat de la Meridiana Part II, Vòrtex, Llar Part I, La Llum, L'ull de neó, V
English version
Jordi Farreras – Meridiano Cero (Astronomy Recording Music, 2026)
Memories of Places That Remain
There are albums I listen to that, almost without realizing it, make me stop for a moment. Jordi Farreras’ Meridiano Cero is one of them. From the very first notes, I had the feeling of entering a space made of memories, familiar places, and small images that have remained hidden over time. It is not simply music: it is a delicate and deeply personal attempt to return to where everything began and, through sound, search for something that still belongs to the present. Released by Astronomy Recording Music, this fifth solo album by Farreras struck me with its ability to transform childhood memories and familiar places into a sincere and deeply human musical story. Sometimes, automatic translation does come in handy!
This is an album about home, but not home simply understood as a physical space. It is about memory, streets, voices, people, and small details that eventually become part of who we are. It is the first chapter of the Home Trilogy, a project dedicated to the places where Farreras truly felt he belonged. This first journey takes us back to his childhood, to the buildings on Avenida Meridiana where his parents still live today.
Listening to Meridiano Cero therefore means entering a very personal geography. Not one of great distances, but one made of small things: a street known by heart, a neighbor, a particular light, a sound coming from another room, a familiar voice. Thirteen songs sung in Catalan create a kind of emotional map of his beginnings.
Farreras builds this story through a wide range of instruments and sounds, from piano and double bass to classical guitar and flute, from percussion to small electronic instruments such as the Casio PT-1 and PT-87, along with sound effects and prepared tracks. It is a deliberately personal palette, in which the musical dimension constantly seems to intertwine with memory.
The opening track, Carrer Torroella de Montgrí, feels almost like a doorway. Its title already points in a precise direction: not an abstract place, but an address, a street, something concrete that belongs to memory. Then come Els meus primers records, El veí del segon and El Búho, and the album slowly begins to take the shape of a photo album in which the images are not necessarily sharp, but perhaps feel even more real because of it.
What strikes me most is the way Farreras seems to leave room for the imperfections of memory. Al costat de la Meridiana Part I and Part II are improvisations performed by the group Dirty Putos and recorded in the Meridiano Cero apartments in the summer of 1998. They are not simply interludes placed between the other tracks; they feel more like fragments recovered from the past and brought back into the present.
And this is where Meridiano Cero reveals one of its most beautiful qualities: the past is not artificially reconstructed, but allowed to emerge through sounds, voices, and recordings that genuinely belong to that world. The recordings made in his parents’ apartment and in Barcelona’s Horta neighborhood make the project feel even more tangible and authentic.
Les portes and Vòrtex, featuring the piano of Hugo González, open up new perspectives, while El Tacot, La Llum and especially L'ull de neó add further pieces to this journey of images, objects, light, and movement. The music does not seem interested in telling a linear story. Instead, it moves through associations, just as memory does when something suddenly brings a distant moment back to mind.
Then there is the electronic instrumental V, which, at over twelve minutes, closes the journey with a suspended and introspective atmosphere, allowing the sounds themselves to speak.
Listening to Meridiano Cero, I had the feeling of encountering a work in which music becomes a way of preserving what inevitably changes. There is nostalgia, certainly, but there is also something deeper: the awareness that certain places continue to live within us even as the years pass and everything around us changes.
Jordi Farreras is not simply telling the story of his childhood. He is exploring that particular relationship we all have, in different ways, with the places we came from. A house can become a memory, a street can become a sound, and a voice can take us back decades.
Meridiano Cero comes from precisely this need: to return to our beginnings and understand how much those beginnings are still present in who we are.
And perhaps that is the deepest meaning of an album like this: some places may disappear, but they never truly stop being home.
Tracklist: Carrer Torroella de Montgrí, Els meus primers records, El veí del segon, El Búho, Al costat de la Meridiana Part I, Les portes, El Tacot, Al costat de la Meridiana Part II, Vòrtex, Llar Part I, La Llum, L'ull de neó, V

