Redapolis Music Blog | Il blog di Luca Redapolis esplora la musica di ieri e di oggi con un focus su dischi recenti, usciti per etichette indipendenti o autoprodotti.
Ivan Francesco Ballerini – La guerra
è finita (RadiciMusic Records, 2025)
Un viaggio tra poesia, memoria e
speranza
Ci sono dischi che non ti travolgono subito, ma ti parlano
con un tono basso, come un amico che ti siede accanto e inizia a raccontare. La
guerra è finita, quarto album del cantautore toscano Ivan Francesco
Ballerini, pubblicato da RadiciMusic Records a due anni di distanza
dal precedente lavoro, ha proprio questa voce: intima, malinconica, capace di
accarezzarti anche quando parla di dolore e distruzione. È un lavoro che sembra
nascere in silenzio, tra letture, riflessioni e lunghe pause, come se ogni
canzone fosse prima un dialogo con se stessi e poi un dono al mondo.
Un archivio sonoro che diventa
racconto di vite, visioni e amicizie condivise
Ci sono dischi che non nascono
per essere tali. Non subito, almeno. Sono raccolte di appunti, di nastri
lasciati a sedimentare negli anni, di idee nate senza fretta e cresciute
lontano dai riflettori del mercato. Buongiorno felicità, bentornata
tristezza diFranchi
Giorgetti Talamo è esattamente questo: un lavoro che si fa memoria
collettiva e atto d’amore verso la musica come strumento di espressione libera,
autentica, vissuta. Pubblicato originariamente nel 2006 in una tiratura
limitata di 500 copie da Area 96, oggi torna in una nuova edizione per
raccontare — ancora e di nuovo — una storia che ha attraversato decenni.
La Classe Dirigente – Termini Per Una
Resa (Vrec Music Label, 2025)
Quando il pop rock siciliano si fa
poesia elettrica
Chi ha seguito i Nadiè sa che Giovanni Scuderi
e soci non sono mai stati il tipo di band che si accontenta del rumore di
fondo. Ma con Termini per una resa – esordio sotto il nuovo nome La
Classe Dirigente, pubblicato da Vrec Music Label in CD e in
un’elegante edizione limitata in vinile numerato e autografato – la sensazione
è quella di trovarsi davanti a una vera rifondazione. Non un semplice cambio
d’abito, ma la scelta consapevole di abitare finalmente la propria pelle.
Palazzo Rosa – Tanto Vale (La Stanza
Nascosta Records, 2025)
Difficile credere che Tanto vale sia un esordio. Il
duo sardo Palazzo Rosa – Luca Dore (voce
e chitarra) e Alessandro Budroni(voce,
pianoforte, armoniche, chitarra) –
firma un album sorprendentemente maturo, per scrittura, per suono, per visione.
Un lavoro che affonda le mani in più tradizioni senza lasciarsi schiacciare da
nessuna, e che fa del contrasto – tra leggerezza e amarezza, tra ironia e
disincanto – la propria chiave espressiva più autentica.
Il disco, prodotto da La Stanza Nascosta Records,
nasce volutamente diviso in due parti, quasi fossero le due facciate di un
vinile: la prima più giocosa, swingata, imbevuta di jazz e avanspettacolo; la
seconda più ruvida, elettrica, con un’anima indie-rock e sfumature cantautorali
anni Settanta. Come se Cochi e Renato avessero preso una stanza nello stesso
condominio dei Velvet Underground.
Il primo blocco di brani si muove in un’atmosfera surreale e
teatrale, con personaggi che sembrano usciti da un cabaret malinconico: in Città
vuota c’è chi si smarrisce tra le strade di una città da gioco da
tavolo, mentre Va tutto bene (Sono un cantante jazz) racconta la
corsa contro il tempo (e contro l’orchestra) di un crooner destinato a farsi
largo a gomitate tra gli assoli.
Domicilio coatto domenicale mette in scena un uomo agli arresti
domiciliari che, paradossalmente, arriva a temere più le uscite domenicali con
la moglie che la reclusione stessa. Androblues, con il suo passo
dimesso e affaticato, è un blues senile dedicato a Lady Mother, che alla foce
esercita il mestiere, mentre in Lungomare una famiglia proletaria
si trascina in vacanza verso un destino che sa di disfatta.
Ed è proprio Lungomare che offre forse la
sintesi più feroce e toccante dell’intero lavoro: il “tanto vale” del titolo si
fa qui più di una rassegnazione — è un epitaffio corale, un testamento ubriaco
e struggente. L’elenco finale di comandi (“soffochiate, copriate, spegniate...”)
ricalca un gioca jouer deformato, una filastrocca allucinata e grottesca
che chiude la prima parte come una sorta di requiem laico.
Nel secondo lato, la scrittura cambia registro. La musica si
fa più densa, abrasiva, i testi più crudi. Le figure che emergono dai brani
sembrano uscire da sotterranei: Madame Latrouche,
personificazione della miseria, si infila negli occhi e nel cuore del narratore
come un’inquilina abusiva. Sta appollaiata sopra il Palazzo Rosa, a osservare i
condòmini e a ghermirli al primo passo falso.
Voltaren affronta le dinamiche di potere all’interno di una coppia,
con graffi rock e sarcasmo. L’uomo senza spessore, che cammina “a
rimorchio del primo che passa”, sembra evocare certi personaggi cari alla penna
di Bersani: figure evanescenti, svuotate, alla deriva.
C’è poi Vedo vado, che racconta con amaro
humour la relazione tra una vedova e un seduttore seriale di vedove (“Ma se
stava così bene!”).
Infine, La Diva del Continental Bar, con le sue
atmosfere notturne e sfocate, chiude il disco con un’intensità narrativa da
noir provinciale. La voce si abbassa, si fa sussurro, ricorda i grandi
raccontatori di storie in musica, quelli che parlano d’amore anche quando
raccontano una fuga, un abbandono, una telefonata mai fatta.
È un disco pieno di umanità, Tanto vale, ma un’umanità
che barcolla, che arranca, che inciampa nelle proprie malinconie e nei propri
tic. Eppure, proprio per questo, profondamente viva.
Un lavoro che non ha paura di cambiare pelle da una traccia
all’altra, e che riesce a mettere in scena una piccola tragicommedia musicale
senza mai cadere nella caricatura.
Un plauso va a La Stanza Nascosta Records per averne
intuito le potenzialità: nel panorama attuale, questo esordio è un atto di
coraggio e insieme un atto d’amore per la canzone d’autore.
Palazzo Rosa (Luca Dore, Alessandro Budroni)
Track list:
1. Città vuota 2. Va tutto bene (Sono un cantante jazz) 3. Domicilio coatto domenicale 4. Androblues 5. Lungomare 6. Madame Latrouche 7. Voltaren 8. L’uomo senza spessore 9. Vedo Vado 10. La Diva del Continental Bar
Palazzo Rosa – Tanto vale (La Stanza Nascosta Records, 2025)
It’s hard to believe Tanto vale is a debut. The Sardinian duo Palazzo Rosa – Luca Dore (vocals and guitar) and Alessandro Budroni (vocals, piano, harmonica, guitar) – deliver a surprisingly mature album, both in writing and sound, with a clear and compelling artistic vision. It’s a work that dips into multiple traditions without being confined by any of them, making contrast – between levity and bitterness, between irony and disillusionment – its most authentic expressive key.
Released by La Stanza Nascosta Records, the album is intentionally split into two parts, almost like the two sides of a vinyl: the first more playful, swinging, steeped in jazz and old-school variety show; the second more abrasive, electric, with an indie-rock soul and singer-songwriter shades drawn from the Seventies. As if Cochi e Renato had rented a flat in the same building as the Velvet Underground.
The first block of songs moves through a surreal, theatrical atmosphere, peopled by characters who seem to step out of a melancholy cabaret: in Città vuota, someone gets lost in the streets of a board-game city, while Va tutto bene (Sono un cantante jazz) tells the story of a crooner racing against time (and the orchestra), elbowing his way through solos.
Domicilio coatto domenicale stages the paradox of a man under house arrest who fears Sunday outings with his wife more than confinement itself. Androblues, slow and weary, is a senile blues dedicated to Lady Mother, who plies her trade at the river’s mouth, while Lungomare follows a working-class family dragging itself through a holiday doomed from the start.
And it's Lungomare that perhaps offers the album’s most poignant and biting synthesis: the "tanto vale" of the title becomes more than resignation — it’s a choral epitaph, a drunken, heart-wrenching testament. The final list of commands ("suffocate, cover, turn off...") echoes a grotesque, warped Gioca Jouer — a nightmarish nursery rhyme that closes the first half like a secular requiem.
On the second side, the writing shifts gears. The music grows denser, more abrasive; the lyrics rougher. The characters emerging from the songs feel like they’ve crept out of the cellar: Madame Latrouche, a personification of poverty, seeps into the narrator’s eyes and heart like a squatter. She sits atop the Palazzo Rosa, watching its tenants, ready to strike at the first misstep.
Voltaren explores power dynamics within a couple, with sharp-edged rock and biting sarcasm. L’uomo senza spessore, who "follows the first person who passes by," seems like a distant cousin of Bersani’s aimless, spineless men — ghostlike figures, emptied out and drifting.
Then there’s Vedo vado, which recounts, with bitter humour, the affair between a widow and a serial widow-chaser ("But he seemed like such a nice man!").
Finally, La Diva del Continental Bar closes the album with smoky, nocturnal atmospheres and the narrative intensity of a provincial noir. The voice lowers to a whisper, evoking the great musical storytellers — those who sing of love even while narrating escapes, abandonments, or phone calls never made.
Tanto vale is a record full of humanity — but a humanity that stumbles, falters, and trips over its own melancholies and tics. And precisely because of that, it feels fully alive.
It’s a work unafraid to shed its skin from one track to the next, skillfully staging a small musical tragicomedy without ever tipping into caricature.
Kudos to La Stanza Nascosta Records for recognising its potential: in today’s musical landscape, this debut is both a courageous act and a heartfelt gesture of love toward Italian songwriting.