sabato 5 settembre 2026

Ilaria Capalbo – The Brightest Sun (2026) | Jazz contemporaneo e ricerca sonora | Redapolis Music

Ilaria Capalbo – The Brightest Sun

Ilaria Capalbo – The Brightest Sun (The Brightest Sun, 2026)

Tra jazz contemporaneo e ricerca sonora

Ci sono album che arrivano attraverso un progetto preciso, costruito nel tempo, e altri che sembrano nascere quasi da soli, seguendo un'urgenza che non permette di aspettare. The Brightest Sun della bassista e compositrice italiana Ilaria Capalbo appartiene a questa seconda categoria. Pubblicato da Bluenord Records, è un disco di jazz contemporaneo, improvvisazione e ricerca sonora, nel quale convivono free jazz, jazz-rock, rock e suggestioni sperimentali. Ma soprattutto è un lavoro che sento prima ancora di provare ad analizzarlo, perché dentro le sue note percepisco qualcosa di profondamente umano: il bisogno di fermare un momento della propria vita prima che possa cambiare ancora.

Dopo Karthago, album nel quale Capalbo aveva trasformato la storia dell'antica Cartagine in una riflessione sulla distruzione e sulla ricostruzione, questa volta sceglie una prospettiva ancora più personale. The Brightest Sun nasce infatti dall'esperienza della maternità e dai radicali cambiamenti che essa porta con sé: nell'identità, nella percezione del tempo, nel rapporto con il proprio corpo e con il mondo.

Nata a Napoli e oggi residente a Stoccolma, Ilaria Capalbo ha costruito il proprio percorso tra jazz contemporaneo, improvvisazione e ricerca sonora. Bassista, compositrice e bandleader, ha sviluppato un linguaggio personale nel quale il contrabbasso assume un ruolo centrale, diventando non soltanto uno strumento ritmico, ma una vera voce narrativa. Dopo Karthago (2022), il suo percorso prosegue ora con un lavoro ancora più intimo, nel quale esperienza personale e ricerca musicale si incontrano.

La prima cosa che mi ha colpito è proprio la sensazione di libertà che attraversa l'album. Non c'è il desiderio di dimostrare qualcosa, né quello di costruire composizioni perfettamente levigate. Al contrario, la Capalbo sembra voler lasciare respirare le imperfezioni, le sospensioni, gli spazi vuoti. La musica conserva qualcosa di fragile e contemporaneamente molto forte.

Il suo contrabbasso rimane il punto di riferimento dell'intero lavoro. Non è semplicemente una base ritmica sulla quale gli altri strumenti possono muoversi: è una presenza che orienta, suggerisce, dialoga e spesso sembra raccontare in prima persona. Il suono del basso elettrico e gli effetti ampliano ulteriormente questa dimensione, trasformando lo strumento in una voce capace di occupare territori diversi. Attorno a lei si muove un ensemble straordinariamente compatto.

La chitarra di Andreas Hourdakis porta colore, luce e una componente melodica che dialoga magnificamente con il contrabbasso. I sax di Fredrik Nordström e Thomas Backman, insieme al basso clarinetto di quest'ultimo, introducono invece una componente più inquieta e imprevedibile. Alla batteria Henrik Jäderberg costruisce un sostegno che non è mai soltanto ritmico, lasciando spazio alla musica per cambiare direzione.

È proprio questa capacità di ascoltarsi reciprocamente a rendere The Brightest Sun così vivo. Molto del materiale nasce dall'improvvisazione, e questo si avverte. Non come esercizio di stile, ma come necessità espressiva.

Arrival apre il disco con oltre sette minuti nei quali jazz contemporaneo, suggestioni rock e indie e improvvisazione libera si incontrano in un intreccio inquieto e imprevedibile. Un inizio intenso che mette subito in luce il lato più sperimentale e audace della musica di Ilaria Capalbo. 

Prophecy cambia atmosfera e diventa più meditativo, con il basso clarinetto di Thomas Backman a dare profondità e la chitarra di Andreas Hourdakis particolarmente ispirata. Un brano nel quale forma e libertà trovano un equilibrio naturale.

Cosmos/Earth amplia il respiro del disco, muovendosi tra concretezza e sospensione. Il contrabbasso mantiene il legame con la terra, mentre gli altri strumenti sembrano proiettare la musica verso uno spazio più aperto e immaginativo.

Two Visions rappresenta invece il lato più lirico dell'album. Contrabbasso e sax tenore dialogano con delicatezza, accompagnati dai tocchi quasi cristallini della chitarra. Una piccola poesia sonora costruita attraverso ascolto, silenzi e reciproca sensibilità.

Little Tiger unisce energia e tenerezza e offre uno dei momenti più belli nel dialogo tra il contrabbasso della Capalbo e i fiati. Gli assoli rimangono brevi, perché al centro resta la narrazione collettiva dell'ensemble.

Ode rallenta il passo e lascia spazio a una dimensione più intima e contemplativa. È una musica che non ha fretta di arrivare, fatta di pause e atmosfere che sembrano sedimentare lentamente nell'ascolto.

The Brightest Sun, la title track, raccoglie infine la componente più luminosa e melodica del progetto. Una conclusione delicata, nella quale il dialogo tra i musicisti sembra trovare una naturale forma di quiete.

Ilaria Capalbo

È proprio questa alternanza tra improvvisazione, lirismo, tensione rock e ricerca sonora a rendere il disco così interessante. La Capalbo non costruisce una semplice successione di assoli: lascia che ogni intervento nasca dalla dinamica dell'ensemble. La musica diventa così un dialogo continuo, nel quale forma e libertà riescono davvero a convivere.

Ilaria Capalbo non racconta la maternità attraverso immagini convenzionali e non cerca di trasformare un'esperienza personale in qualcosa di semplicemente celebrativo. La racconta attraverso la discontinuità, la vulnerabilità, il caos e la quiete. Attraverso frammenti raccolti durante momenti diversi, appunti, registrazioni vocali e idee annotate velocemente. Una musica nata mentre la vita stava già cambiando. Per questo il disco mi sembra così autentico.

Ascoltandolo penso a quanto spesso la musica riesca a conservare ciò che le parole non riescono a trattenere. Un periodo della vita, una sensazione, una paura, una scoperta. Non necessariamente qualcosa che possiamo spiegare, ma qualcosa che possiamo riconoscere.

The Brightest Sun è un album di jazz contemporaneo aperto all'improvvisazione, al rock e alla ricerca sonora, ma soprattutto è un lavoro profondamente personale. Ilaria Capalbo parte dal proprio vissuto e lo trasforma in un linguaggio condiviso, lasciando che ogni musicista contribuisca alla costruzione di questo spazio sospeso.

E forse è proprio qui che trovo la sua forza: nella capacità di non chiudere completamente il racconto.

Ci sono ancora domande, silenzi, direzioni possibili. Come nella vita, del resto.

E mentre le ultime note si allontanano, rimane quella sensazione di aver ascoltato qualcosa nato molto vicino alla sorgente. Una musica fragile e luminosa, inquieta e contemplativa, capace di trasformare un cambiamento personale in un'esperienza che può appartenere anche a chi ascolta.

The Brightest Sun non chiede di essere spiegato.

Chiede semplicemente di essere ascoltato.

Tracklist: Arrival, Prophecy, Cosmos/Earth, Two Visions, Little Tiger, Ode, The Brightest Sun 

 English version

Ilaria Capalbo – The Brightest Sun (The Brightest Sun, 2026)

Between Contemporary Jazz and Sonic Exploration 

There are albums that emerge from a precise project, carefully developed over time, and others that seem to come into being almost on their own, driven by an urgency that leaves no room to wait. The Brightest Sun by Italian bassist and composer Ilaria Capalbo belongs to this second category. Released by Bluenord Records, it is an album of contemporary jazz, improvisation, and sonic exploration, bringing together free jazz, jazz-rock, rock, and experimental influences. But above all, it is a work that I feel before I even try to analyse it, because there is something deeply human within its notes: the need to hold on to a moment in life before it changes again.

Following Karthago, an album in which Capalbo transformed the history of ancient Carthage into a reflection on destruction and reconstruction, she now takes a much more personal direction. The Brightest Sun grows out of the experience of motherhood and the profound changes it brings: in identity, in the perception of time, and in the relationship with one's own body and the world around us.

Born in Naples and now based in Stockholm, Ilaria Capalbo has developed her musical path through contemporary jazz, improvisation, and sonic exploration. As a bassist, composer, and bandleader, she has created a distinctive musical language in which the double bass plays a central role, becoming not simply a rhythmic instrument but a true narrative voice. Following Karthago (2022), her journey now continues with an even more intimate work, where personal experience and musical exploration meet.

The first thing that struck me is precisely the sense of freedom running through the album. There is no desire to prove anything, nor to build perfectly polished compositions. Instead, Capalbo seems willing to let imperfections, pauses, and empty spaces breathe. The music retains something fragile and, at the same time, remarkably strong.

Her double bass remains the focal point of the entire work. It is not simply a rhythmic foundation for the other instruments to move around; it is a presence that guides, suggests, converses, and often seems to speak in its own voice. The electric bass and effects expand this dimension even further, transforming the instrument into a voice capable of moving through different sonic territories. Around her, an exceptionally cohesive ensemble takes shape.

Andreas Hourdakis' guitar brings colour, light, and a melodic quality that interacts beautifully with the double bass. The saxophones of Fredrik Nordström and Thomas Backman, together with Backman's bass clarinet, introduce a more restless and unpredictable element. On drums, Henrik Jäderberg provides a foundation that is never merely rhythmic, leaving the music enough room to change direction.

It is precisely this ability to listen to one another that makes The Brightest Sun feel so alive. Much of the material grows out of improvisation, and you can hear it. Not as an exercise in style, but as a genuine expressive necessity.

Arrival opens the album with more than seven minutes in which contemporary jazz, rock and indie influences, and free improvisation meet in a restless and unpredictable weave. An intense opening that immediately reveals the more experimental and daring side of Ilaria Capalbo's music.

Prophecy shifts the atmosphere, becoming more meditative, with Thomas Backman's bass clarinet adding depth and Andreas Hourdakis' guitar sounding particularly inspired. A piece in which form and freedom find a natural balance.

Cosmos/Earth broadens the album's horizons, moving between solidity and suspension. The double bass maintains a connection with the earth, while the other instruments seem to project the music towards a more open and imaginative space.

Two Visions reveals the album's more lyrical side. Double bass and tenor saxophone engage in a delicate dialogue, accompanied by the almost crystalline touches of the guitar. A small sonic poem built on listening, silence, and mutual sensitivity.

Little Tiger combines energy and tenderness, offering one of the album's most beautiful moments in the dialogue between Capalbo's double bass and the horns. The solos remain brief, because the collective narrative of the ensemble remains at the centre.

Ode slows the pace and opens a more intimate and contemplative space. This is music in no hurry to arrive, shaped by pauses and atmospheres that seem to slowly settle into the listener.

The Brightest Sun, the title track, ultimately gathers together the project's brightest and most melodic qualities. A delicate conclusion in which the dialogue between the musicians seems to find a natural sense of stillness.

It is precisely this alternation between improvisation, lyricism, rock tension, and sonic exploration that makes the album so compelling. Capalbo does not create a simple succession of solos; instead, she allows each contribution to emerge from the dynamics of the ensemble. The music becomes a continuous dialogue, where form and freedom truly learn to coexist.

Ilaria Capalbo does not portray motherhood through conventional imagery, nor does she attempt to turn a personal experience into something merely celebratory. She approaches it through discontinuity, vulnerability, chaos, and stillness. Through fragments gathered at different moments, notes, voice recordings, and quickly written ideas. Music born while life itself was already changing.

That is why the album feels so authentic to me.

Listening to it, I think about how often music manages to preserve what words cannot hold on to. A period of life, a feeling, a fear, a discovery. Not necessarily something we can explain, but something we can recognise.

The Brightest Sun is an album of contemporary jazz open to improvisation, rock, and sonic exploration, but above all it is a deeply personal work. Ilaria Capalbo takes something from her own experience and transforms it into a shared language, allowing each musician to contribute to the creation of this suspended space.

And perhaps this is where I find its greatest strength: in its ability not to bring the story completely to a close.

There are still questions, silences, and possible directions.

Just as there are in life.

And as the final notes fade away, what remains is the feeling of having listened to something born very close to the source. Fragile and luminous, restless and contemplative, this is music capable of transforming a personal change into an experience that can also belong to the listener.

The Brightest Sun does not ask to be explained.

It simply asks to be heard.

Tracklist: Arrival, Prophecy, Cosmos/Earth, Two Visions, Little Tiger, Ode, The Brightest Sun