venerdì 13 febbraio 2026

Cantares – Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio | Jazz e poesia | Redapolis Music

Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio – Cantares

Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio – Cantares (Dodicilune, 2026)

Tra poesia e jazz, un viaggio sonoro che attraversa il tempo e lascia tracce

Ci sono dischi che nascono da un’urgenza, altri da un incontro. Cantares di Mariapia Gobbi e del Gabriele Zanchini Trio appartiene a entrambe le categorie. Pubblicato da Dodicilune, questo lavoro è il frutto di un percorso iniziato nel 2019 in ambito teatrale e maturato lentamente, come certe idee che hanno bisogno di silenzio prima di trovare la propria forma.

Il titolo del disco prende ispirazione dalla poesia “Cantares” di Antonio Machado, che contiene il celebre verso: Todo pasa y todo queda, pero nuestro es pasar. Questo pensiero sul passaggio e sulla traccia che resta diventa il filo conduttore del progetto.

I testi di Dante Alighieri, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale e dello stesso Machado non vengono citati come tali, ma trasformati in materia sonora, liberati dal loro contesto originario e immersi in un paesaggio musicale che alterna jazz e suggestioni world.

A questi si affiancano i versi della poetessa contemporanea Maria Concetta Giorgi e la rilettura di Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De André. Qui la presenza di De André non ha funzione di omaggio, ma diventa un dialogo musicale, inserito nel tessuto creativo del disco insieme alla voce di Mariapia Gobbi e agli arrangiamenti di Gabriele Zanchini.

La voce di Mariapia Gobbi è il centro emotivo del disco. Non cerca l’effetto, non forza l’interpretazione: lavora per sottrazione, per colore, per respiro. Si percepisce la sua formazione trasversale — dal lirico al pop-soul fino al jazz — ma tutto è ricondotto a una cifra personale, che privilegia l’aderenza al testo e una narrazione quasi confidenziale. Le parole diventano suono, e il suono ritorna parola.

Accanto a lei, il pianoforte di Gabriele Zanchini svolge un ruolo determinante. I suoi arrangiamenti non incorniciano semplicemente i brani: li scolpiscono. Il tocco è raffinato, capace di leggerezze sospese e di improvvise correnti più dense. In alcuni momenti il piano sembra suggerire traiettorie, in altri lascia spazio, crea vuoti fertili dentro cui la voce può muoversi con libertà. Il dialogo tra i due è il vero asse portante del progetto.

Il contrabbasso di Milko Merloni e la batteria di Manuel Giovannetti completano il quadro con sensibilità e misura. Merloni costruisce fondamenta elastiche, talvolta calde e avvolgenti, talvolta più scabre, mentre Giovannetti lavora di dettaglio, cesellando dinamiche e spazi con un drumming attento, mai invasivo. Insieme danno corpo a quella dimensione fluida evocata da Montale: una “fiumana” senza argini netti, dove tutto scorre e si trasforma.

Entrando nel dettaglio dei brani, ho avuto la sensazione che Cantares non voglia mai “spiegare” la poesia, ma attraversarla.

Venimmo poi apre il disco con i versi di Dante Alighieri. Non c’è alcuna solennità forzata: il pianoforte disegna un percorso armonico che suggerisce un’ascesa interiore, mentre la voce mantiene una linea sobria, attenta alla parola più che all’effetto. Contrabbasso e batteria entrano con passo leggero, costruendo uno spazio che respira.

Mondo introduce un clima più aperto. La scrittura di Gobbi e Zanchini lavora per microvariazioni: piccoli spostamenti dinamici e timbrici che rendono il brano mobile, mai statico. La voce si fa più luminosa, sostenuta da un pianoforte fluido e da una ritmica elastica.

Con Cantares, sui versi di Antonio Machado, emerge il centro ideale del progetto. La musica procede per lievi accumuli e slittamenti armonici che evocano il fluire del tempo. Gobbi abita il testo con naturalezza, lasciando che le pause e le inflessioni parlino quanto le note.

Tentazione (Canto di sirena) riporta l’immaginario dantesco in una dimensione più visionaria. La linea vocale suggerisce attrazione e movimento circolare; il pianoforte costruisce un contrappunto sottile, mentre la batteria introduce una trama più marcata, senza mai perdere controllo.

In In una stella l’atmosfera torna rarefatta. La voce si fa più introspettiva, quasi sussurrata in alcuni passaggi, mentre il pianoforte lavora su sospensioni armoniche che ampliano la sensazione di spazio. Il contrabbasso contribuisce con un suono caldo e avvolgente.

A galla porta con sé una tensione più terrena. L’interplay del trio si fa evidente: piccoli scarti ritmici, accenti condivisi, un dialogo continuo che rende il brano dinamico pur restando misurato.

Ma poi (Dove vanno gli angeli?) accentua la dimensione interrogativa. Le sospensioni del pianoforte e le dinamiche controllate della batteria creano un clima sospeso, in cui la voce si muove con naturalezza, senza caricare il pathos.

Chiude la rilettura di Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De André. Lontana da ogni imitazione, la versione sceglie un tono più raccolto e crepuscolare. Il pianoforte illumina le pieghe del testo con accordi misurati, mentre la voce ne mette in evidenza la dimensione narrativa con controllo e sobrietà. La ritmica accompagna con discrezione, lasciando che sia la forza della canzone a restare.

Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio

Alla fine dell’ascolto, Cantares lascia una sensazione difficile da definire ma facile da riconoscere: quella di aver attraversato qualcosa che non chiede applausi, ma attenzione.

Non è un disco che impone, è un disco che accompagna. Le parole di Dante Alighieri, Antonio Machado, Eugenio Montale e Fabrizio De André, filtrate dalla sensibilità di Mariapia Gobbi e dal lavoro condiviso con Gabriele Zanchini e il trio, non restano citazioni: diventano esperienza. Si intrecciano al presente, lo interrogano, lo rendono più consapevole.

C’è una delicatezza che attraversa tutto il progetto, ma non è fragilità. È piuttosto la scelta di non alzare mai la voce, di non trasformare la poesia in gesto teatrale. La musica respira, si muove come un fiume lento, talvolta più increspato, talvolta quasi immobile. E dentro quel movimento si riconosce l’idea stessa del passare, del lasciare una traccia.

Quando il disco si chiude, resta una sorta di silenzio pieno. Non un vuoto, ma uno spazio che invita a tornare indietro, a riascoltare, a soffermarsi su una parola, su una pausa, su un dettaglio armonico. È forse questo il segno più autentico di Cantares: la capacità di accompagnare l’ascoltatore oltre la fine dell’ultima nota, ricordandoci che il viaggio – quello vero – continua ogni giorno, dentro dinoi.
 

 English version

Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio – Cantares (Dodicilune, 2026)

Between Poetry and Jazz, a Sonic Journey That Leaves Traces 

Some albums are born out of urgency, others from an encounter. Cantares by Mariapia Gobbi and the Gabriele Zanchini Trio belongs to both. Released by Dodicilune, this work is the result of a journey that began in 2019 in a theatrical context and matured slowly, like certain ideas that need silence before finding their form.

The album’s title takes inspiration from the poem Cantares by Antonio Machado, which includes the famous line: “Todo pasa y todo queda, pero nuestro es pasar. This reflection on passing and the trace that remains becomes the guiding thread of the project.

The texts of Dante Alighieri, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale, and Machado himself are not treated as quotations, but transformed into sonic material, freed from their original context and immersed in a musical landscape alternating jazz and world music influences.

Alongside them are the verses of contemporary poet Maria Concetta Giorgi and a reinterpretation of Amore che vieni, amore che vai by Fabrizio De André. Here, De André’s presence is not homage but a musical dialogue, woven into the creative fabric of the album alongside Mariapia Gobbi’s voice and Gabriele Zanchini’s arrangements.

Mariapia Gobbi’s voice is the emotional center of the album. It does not seek effect or force interpretation: it works by subtraction, through color, through breath. Her cross-disciplinary training—from classical to pop-soul to jazz—is evident, yet everything is distilled into a personal style that prioritizes fidelity to the text and a nearly intimate narrative. Words become sound, and sound returns to words.

Beside her, Gabriele Zanchini’s piano plays a decisive role. His arrangements do not simply frame the tracks—they sculpt them. His touch balances suspended lightness with sudden denser currents. At times, the piano suggests trajectories; at others, it leaves space, creating fertile voids for the voice to move freely. The dialogue between the two forms the project’s backbone.

Milko Merloni’s double bass and Manuel Giovannetti’s drums complete the picture with sensitivity and restraint. Merloni lays elastic foundations—sometimes warm and enveloping, sometimes sparse—while Giovannetti works in detail, shaping dynamics and space with attentive, never intrusive drumming. Together, they give life to the fluid dimension Montale evokes: a “river” without clear banks, where everything flows and transforms.

Looking at individual tracks, it feels that Cantares never aims to “explain” the poetry, but to traverse it.

Venimmo poi opens the album with the verses of Dante Alighieri. There is no forced solemnity: the piano sketches a harmonic path suggesting an inner ascent, while the voice follows a sober line, attentive to words rather than effect. The bass and drums enter lightly, creating a space that breathes.

Mondo introduces a more open atmosphere. Gobbi and Zanchini’s writing works through microvariations: subtle dynamic and timbral shifts that keep the piece fluid. The voice becomes brighter, supported by the fluid piano and elastic rhythm section.

With Cantares, set to Machado’s verses, the project’s conceptual center emerges. The music unfolds through slight accumulations and harmonic shifts evoking the flow of time. Gobbi inhabits the text naturally, letting pauses and inflections speak as much as the notes.

Tentazione (Canto di sirena) brings the Dantean imagination into a more visionary realm. The vocal line suggests attraction and circular motion; the piano provides a subtle counterpoint, while the drums create a more marked texture without losing control.

In In una stella, the atmosphere becomes sparse again. The voice grows introspective, almost whispered at times, while the piano works through harmonic suspensions that broaden the sense of space. The double bass contributes warmth and enveloping tone.

A galla carries a more earthy tension. The trio’s interplay is evident: small rhythmic deviations, shared accents, continuous dialogue that keeps the piece dynamic yet measured.

Ma poi (Dove vanno gli angeli?) emphasizes the questioning dimension. Piano suspensions and controlled drum dynamics create a suspended atmosphere, where the voice moves naturally without forcing pathos.

The album closes with a reinterpretation of De André’s Amore che vieni, amore che vai. Far from imitation, the version opts for a more restrained, twilight mood. The piano illuminates the text’s folds with measured chords, while the voice highlights its narrative dimension with control and sobriety. The rhythm section accompanies discreetly, letting the song’s strength remain.

At the end of the listening experience, Cantares leaves a feeling that is hard to define but easy to recognize: a sense of having traversed something that asks not for applause, but for attention.

This is not an album that imposes itself; it is one that accompanies. The words of Dante Alighieri, Antonio Machado, Eugenio Montale, and Fabrizio De André, filtered through Mariapia Gobbi’s sensibility and the collaborative work of Gabriele Zanchini and the trio, do not remain mere quotations—they become experience. They intertwine with the present, question it, and deepen awareness.

A delicate sensibility runs through the entire project, yet it is not fragility. It is the choice never to raise the voice, never to turn poetry into theatrical gesture. The music breathes, flows like a slow river, sometimes rippling, sometimes almost still. Within that movement, one recognizes the very idea of passing, of leaving a trace.

When the album ends, what remains is a kind of full silence—not emptiness, but a space inviting the listener to return, to re-hear, to linger on a word, a pause, a harmonic detail. Perhaps this is the truest mark of Cantares: its ability to carry the listener beyond the last note, reminding us that the real journey continues every day, within ourselves.