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| Diaspro – Diaspro |
Diaspro – Diaspro (Guit‑AL Records, 2026)
Tra visioni notturne e coscienza, un concept prog che scava nell’ombra
Ci sono dischi che si limitano a raccogliere brani, e altri che chiedono di essere attraversati, quasi vissuti dall’interno. Diaspro, esordio omonimo dei Diaspro pubblicato da Guit‑AL Records, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il compositore e leader Marcello Chiaraluce ne firma la scrittura principale, trasformando visioni oniriche e immagini interiori in un racconto musicale intenso. Non è un semplice debutto: il disco nasce da un’urgenza creativa autentica, dal bisogno di dare forma sonora a qualcosa di profondamente personale.
Ascoltandolo ho avuto la sensazione di entrare in un sogno lucido, uno di quelli in cui sai di stare sognando ma non puoi sottrarti alle immagini che affiorano. Le scene si susseguono con naturalezza, tra simboli e paesaggi interiori, e la musica diventa il filo che tiene insieme tutto, accompagnando chi ascolta dentro un percorso che è insieme emotivo e immaginifico.
Fin dall’Introduzione si percepisce che non si tratta solo di un’apertura strumentale, ma di una soglia. È come se la band ci invitasse a oltrepassare un confine. Piccola stazione amplia questo spazio sospeso, costruendo un senso di attesa che mi ha ricordato certi luoghi interiori in cui si resta fermi, aspettando qualcosa che forse non arriverà mai. Con Verso la città grande e Salto in alto il movimento si fa più evidente: c’è un desiderio di slancio, ma anche la consapevolezza del rischio.
Per salire su, che aveva già segnato i primi passi del gruppo anni fa, qui assume un significato diverso. Inserita nel flusso del disco, diventa un momento di riattivazione, quasi un ingranaggio che torna a girare dopo un lungo silenzio. Piano rialzato, invece, mi è sembrato uno dei passaggi più simbolici: la musica si fa più istintiva, come se il protagonista stesse toccando una parte di sé rimasta a lungo nascosta.
Con Verso la tana di Gelso entriamo nella zona più ombrosa del racconto. Le tensioni aumentano, le linee strumentali si intrecciano con maggiore urgenza. E poi arrivano Totem, Gelso e Inferno, tre frammenti brevi ma densi, quasi miniature progressive che condensano immagini e stati d’animo. Sono istanti rapidi, come fotogrammi che scorrono veloci in una sequenza onirica.
Uno degli aspetti che ho trovato più convincenti è la presenza di due figure simboliche che attraversano l’intero lavoro. Da un lato Gelso, il cane nero dagli occhi azzurri, nato da una visione onirica e legato alla dimensione dell’ombra, a ciò che spesso preferiamo non guardare. Dall’altro l’orso di diaspro rosso, oggetto concreto che nel racconto assume il ruolo di guida, quasi un amuleto capace di orientare nei momenti di smarrimento. Sono immagini forti, che rappresentano le due tensioni opposte dell’animo umano: difesa e minaccia, luce e oscurità. Tutto il disco sembra muoversi nella ricerca di un punto di equilibrio tra queste forze.
Senza di me chiude il percorso con una consapevolezza che non è trionfale, ma necessaria. Non c’è una morale esplicita, piuttosto una ricomposizione: il confronto con l’ombra è avvenuto, e qualcosa è cambiato.
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| Diaspro |
Quello che mi ha colpito di più è la naturalezza con cui questo concept prende forma. Non sembra costruito a tavolino, ma nato da un’urgenza autentica. E quando il progetto, inizialmente personale, si è trasformato in un lavoro di band, ha trovato equilibrio e profondità. Si sente che ogni musicista ha contribuito a evitare l’autoreferenzialità, restituendo al prog la sua dimensione collettiva.
L’influenza della grande stagione del progressive italiano è evidente, ma non c’è nostalgia sterile. I Diaspro assorbono quella lezione e la filtrano attraverso una sensibilità contemporanea, lasciando entrare anche rock più robusto, accenni metal, sfumature jazz e blues.
Quello che mi ha colpito di più è la naturalezza con cui questo concept prende forma. Non sembra costruito a tavolino, ma nato da un’urgenza autentica. E quando il progetto, inizialmente personale, si è trasformato in un lavoro di band, ha trovato equilibrio e profondità. Si sente che ogni musicista ha contribuito a evitare l’autoreferenzialità, restituendo al prog la sua dimensione collettiva.
Le chitarre di Marcello Chiaraluce e Giovanni Giordano dialogano come due voci interiori: una più lirica, l’altra più nervosa. Le tastiere di Andrea Manuelli guidano i cambi di scena con un ruolo quasi narrativo, mentre il basso di Bruce Muirhead e la batteria di Luca Grosso modellano le dinamiche con sicurezza. Il violino di Matteo Ferrario, usato con misura, aggiunge tagli emotivi netti, mai ornamentali.
Alla fine dell’ascolto mi è rimasta la sensazione di aver attraversato un paesaggio interiore complesso, dove il progressive non è esibizione tecnica, ma strumento per raccontare fragilità, cadute e tentativi di risalita. Diaspro è un debutto solo anagraficamente: per maturità e consapevolezza, sembra il frutto di un cammino già lungo.
English version
Diaspro – Diaspro (Guit‑AL Records, 2026)
Between Night Visions and Consciousness, a Prog Concept that Digs into the Shadow
There are albums that simply collect songs, and others that ask to be crossed through, almost lived from within. Diaspro, the self-titled debut by Diaspro released on Guit-AL Records, clearly belongs to the latter. Composer and band leader Marcello Chiaraluce signs most of the writing, transforming dreamlike visions and inner imagery into an intense musical narrative. This is not just a debut: the record grows out of a genuine creative urgency, from the need to give sound to something deeply personal.
While listening, I had the feeling of stepping into a lucid dream—one of those where you know you are dreaming, yet you cannot escape the images that surface. Scenes unfold naturally, moving between symbols and inner landscapes, and the music becomes the thread that holds everything together, guiding the listener through a journey that is both emotional and imaginative.
From the very first track, Introduzione, it is clear that this is more than a simple instrumental opening—it feels like a threshold. It is as if the band is inviting us to cross a boundary. Piccola Stazione expands this suspended space, building a sense of waiting that recalls those inner places where we remain still, expecting something that may never arrive. With Verso la città grande and Salto in alto, movement becomes more evident: there is a desire for momentum, yet also an awareness of risk.
Per salire su, which had already marked the band’s early steps years ago, takes on a different meaning here. Placed within the album’s flow, it becomes a moment of reactivation, like a mechanism starting to turn again after a long silence. Piano rialzato feels like one of the most symbolic passages: the music grows more instinctive, as if the protagonist were finally touching a long-hidden part of himself.
With Verso la tana di Gelso, we enter the darker area of the story. Tension rises, instrumental lines intertwine with greater urgency. Then come Totem, Gelso, and Inferno, three short yet dense fragments—almost progressive miniatures—condensing images and emotional states. They feel like quick flashes, frames moving rapidly within an oneiric sequence.
One of the most compelling aspects of the concept is the presence of two symbolic figures running through the entire work. On one side, Gelso—the black dog with blue eyes—born from a dream and connected to the dimension of the shadow, to what we often refuse to face. On the other, the red jasper bear, a tangible object that becomes a spiritual guide within the narrative, almost an amulet capable of offering direction in moments of disorientation. These strong images embody the opposing tensions of the human soul: protection and threat, light and darkness. The album constantly moves in search of a fragile balance between these forces.
Senza di me closes the journey with a sense of awareness that is not triumphant, but necessary. There is no explicit moral, rather a recomposition: the confrontation with the shadow has taken place, and something has inevitably changed.
What struck me most is the natural way this concept takes shape. It does not feel designed at a desk, but born from an authentic need. And when what began as a personal project became a full band effort, it gained depth and balance. You can hear how each musician contributed, avoiding self-indulgence and restoring to prog its collective dimension.
The influence of the great Italian progressive tradition is evident, yet there is no sterile nostalgia. Diaspro absorb that legacy and filter it through a contemporary sensibility, allowing in heavier rock passages, hints of metal, and shades of jazz and blues.
The guitars of Marcello Chiaraluce and Giovanni Giordano converse like two inner voices—one more lyrical, the other more restless. Andrea Manuelli’s keyboards guide the changes of scene with an almost narrative function, while Bruce Muirhead’s bass and Luca Grosso’s drums shape the dynamics with confidence. Matteo Ferrario’s violin, used sparingly, adds sharp emotional cuts, never ornamental.
By the end of the listening experience, I was left with the feeling of having crossed a complex inner landscape, where progressive rock is not technical display but a tool for telling fragility, falls, and attempts at rising again. Diaspro may be a debut only chronologically; in terms of maturity and awareness, it feels like the result of a much longer journey.

