mercoledì 18 febbraio 2026

Tigran Hamasyan – Manifeste: un viaggio sonoro tra jazz e tradizione armena | Redapolis Music

Tigran Hamasyan – Manifeste

Tigran Hamasyan – Manifeste (Naïve Records, 2026)

Tra radici armene ed elettronica contemporanea, un viaggio sonoro intenso e personale 

Manifeste di Tigran Hamasyan è un album che ti attraversa prima di sfiorarti: vibra nel corpo, risuona nelle ossa e lascia tracce nella memoria. Uscito il 6 febbraio 2026 per Naïve Records, rappresenta un momento di sintesi e di esplorazione radicale nella carriera di uno dei pianisti più originali del jazz contemporaneo.

Se le sue opere precedenti avevano già mostrato la capacità di intrecciare culture e linguaggi diversi, qui Hamasyan trasforma questa fusione in un vero e proprio rituale sonoro. Nato a Gyumri, Armenia, nel 1987, il suo pianismo nasce dalle radici del folk armeno, dalle sue scale e modalità, e si apre alla libertà del jazz americano, alle sonorità del rock progressivo e alle suggestioni elettroniche, talvolta persino a frammenti di metal, senza mai perdere coerenza.

Registrato tra il 2023 e il 2025 in studi sparsi tra Yerevan, Atene, Mosca e Los Angeles, Manifeste si muove con naturalezza tra jazz contemporaneo, folk armeno, elettronica, rock progressivo e passaggi quasi corali. Al centro c’è Tigran Hamasyan, pianoforte, synth, programmazione ritmica e voce, che costruisce l’ossatura di ogni brano. Accanto a lui si muovono Marc Karapetian al basso, i batteristi Matt Garstka, Arman Mnatsakanyan, Arthur Hnatek e Nate Wood, capaci di sostenere e reinventare ogni pulsazione ritmica, Daniel Melkonyan alla tromba, Nick Llerandi alla chitarra, Artyom Manukyan al violoncello e Asta Mamikonyan alla voce in Per Mané (E Flat Venice Song). Non mancano le percussioni tradizionali di Hamin Honari (daf) e Yessai Karapetian (blul), e il Yerevan State Chamber Choir, diretto da Kristina Voskanyan, che conferisce ai passaggi corali un tono solenne e rituale.

Ogni traccia diventa così una tappa, un paesaggio sonoro che alterna tensione e introspezione, spingendo l’ascoltatore a entrare nel cuore dell’album. Non è un disco da ascoltare distrattamente: lo si percorre, lo si abita, e lascia un’impressione che resta anche dopo il silenzio finale.

L’apertura di Prelude For All Seekers mi ha subito colpito: Hamasyan lavora nelle zone alte del pianoforte, colpendo i tasti con un’intenzione quasi percussiva. Per un attimo sembra di ascoltare un vibrafono nascosto tra le pieghe del suono. La tensione cresce gradualmente, fino a diventare materia incandescente.

Yerevan Sunrise cambia prospettiva: la melodia procede a scatti, oscillando tra introspezione e slancio. È un equilibrio delicato, spezzato nel finale da un basso elettrico profondo che aggiunge una vena drammatica inattesa.

Con la title track Manifeste l’energia si fa più dichiarata. Le vocalità senza parole entrano in scena e l’uso di synth ed effetti amplia lo spazio sonoro, dando al brano una dimensione quasi cinematografica, sempre in movimento.

Con One Body, One Blood il clima si fa più raccolto, sostenuto dalle stratificazioni corali che aggiungono un senso di sospensione e respiro sacro. Seven Sorrows invece sospende il tempo: prima costruisce un’atmosfera eterea e malinconica, poi si accende in un’improvvisazione pianistica intensa, quasi liberatoria.

Years Passing (For Akram) è breve e intima, con la tromba di Daniel Melkonyan che aggiunge un tocco caldo e personale.

Il lato più dinamico emerge in Dardahan, costruita su un ritmo solido e continuo. War Time Poem porta una tensione più trattenuta, quasi narrativa, come se il brano volesse raccontare qualcosa senza alzare la voce.

Con The Fire Child (Vahagn Is Born) si entra in una dimensione più atmosferica e rituale, fatta di stratificazioni vocali e suoni avvolgenti. Ultradance riporta movimento con un groove costante e coinvolgente, ma sempre controllato.

Per Mané (Eb Venice Song) è invece più delicata: la voce eterea di Asta Mamikonyan si intreccia con l’elettronica e i ritmi programmati da Hamasyan, fino a sfiorare un battito quasi techno, danzabile ma sempre melodico.

Window From One Heart To Another (For Rumi) torna a un tono intimo, arricchito dal daf di Hamin Honari e dal blul di Yessai Karapetian con lo Yerevan State Chamber Choir in un dialogo che unisce tradizione e spiritualità.

In A Eye (The Digital Leviathan) il suono si fa più scuro e compatto: la chitarra di Nick Llerandi si intreccia con trame elettroniche tese, mostrando un volto più inquieto del progetto.

La chiusura con National Repentance Anthem è solenne ma misurata: il pianoforte introduce il tema, poi il Yerevan State Chamber Choir, diretto da Kristina Voskanyan, amplia l’orizzonte con un canto intenso e raccolto.

Tigran Hamasyan

In Manifeste di Tigran Hamasyan ogni brano costruisce un proprio universo sonoro: alcuni spingono con una forza quasi rock, altri si fermano in spazi più rarefatti dove il tempo sembra dilatarsi, altri ancora si affidano alle voci e ai cori per dare profondità al racconto. Tutto però converge in un’unica direzione, come se ogni traccia fosse un tassello necessario di un disegno più grande.

È un disco che chiede presenza, attenzione, disponibilità ad entrarci dentro davvero. Ma quando lo si fa, ripaga con emozioni sincere, con passaggi che restano addosso anche dopo il silenzio finale. Più che una semplice raccolta di brani, Manifeste è un percorso da attraversare, un’esperienza che lascia una traccia sottile ma persistente, difficile da ignorare.

 English version

Tigran Hamasyan – Manifeste (Naïve Records, 2026)

 Between Armenian Roots and Contemporary Electronics, an Intense and Personal Sonic Journey

Tigran Hamasyan’s Manifeste is an album that moves through you before it touches you: it vibrates in the body, resonates in the bones, and leaves traces in memory. Released on February 6, 2026, by Naïve Records, it represents a moment of synthesis and radical exploration in the career of one of contemporary jazz’s most original pianists.

While his previous works had already shown his ability to weave together different cultures and musical languages, here Hamasyan transforms that fusion into a complete sonic ritual. Born in Gyumri, Armenia, in 1987, his piano work springs from the roots of Armenian folk, its scales and modes, while opening to the freedom of American jazz, the sounds of progressive rock, and electronic textures, sometimes even fragments of metal, all without losing coherence.

Recorded between 2023 and 2025 in studios across Yerevan, Athens, Moscow, and Los Angeles, Manifeste moves naturally between contemporary jazz, Armenian folk, electronics, progressive rock, and near-choral passages. At the center is Tigran Hamasyan on piano, synths, rhythm programming, and vocals, forming the backbone of each track. Alongside him are Marc Karapetian on bass, drummers Matt Garstka, Arman Mnatsakanyan, Arthur Hnatek, and Nate Wood, all capable of supporting and reinventing each rhythmic pulse, Daniel Melkonyan on trumpet, Nick Llerandi on guitar, Artyom Manukyan on cello, and Asta Mamikonyan on vocals in Per Mané (E Flat Venice Song). Traditional percussion by Hamin Honari (daf) and Yessai Karapetian (blul) adds depth, while the Yerevan State Chamber Choir, conducted by Kristina Voskanyan, brings a solemn, ritual tone to the choral passages.

Each track becomes a milestone, a sonic landscape alternating tension and introspection, inviting the listener to step fully into the heart of the album. It’s not a record to be played casually: it’s a space to move through, to inhabit, leaving an impression that lingers long after the final silence.

The opening Prelude For All Seekers immediately strikes with Hamasyan working in the upper registers of the piano, hitting the keys with an almost percussive intent. For a moment, it feels as if a hidden vibraphone is woven into the sound. The tension grows gradually, turning into molten musical matter.

Yerevan Sunrise shifts perspective: the melody moves in jerks, oscillating between reflection and impulse. A delicate balance, broken at the end by a deep electric bass that adds an unexpected dramatic weight.

The title track Manifeste brings a more pronounced energy. Wordless vocals enter, while synths and effects expand the sonic space, giving the piece an almost cinematic dimension, always in motion.

One Body, One Blood offers a more intimate atmosphere, sustained by choral layers that add a sense of suspension and sacred breath. Seven Sorrows suspends time: it begins with an ethereal, melancholic atmosphere, then ignites into an intense, almost liberating piano improvisation.

Years Passing (For Akram) is brief and intimate, with Daniel Melkonyan’s trumpet adding warmth and personal nuance.

The livelier side emerges in Dardahan, built on a steady, driving rhythm. War Time Poem maintains restrained tension, almost narrative, as if telling a story without raising its voice.

The Fire Child (Vahagn Is Born) opens a more atmospheric, ritual dimension, with layered vocals and enveloping sounds. Ultradance brings movement back with a steady, compelling groove, yet always controlled.

Per Mané (E Flat Venice Song) is gentler: the ethereal voice of Asta Mamikonyan intertwines with Hamasyan’s electronics and programmed rhythms, approaching a quasi-techno pulse, danceable yet lyrical.

Window From One Heart To Another (For Rumi) returns to an intimate tone, enriched by Hamin Honari’s daf, Yessai Karapetian’s blul, and the Yerevan State Chamber Choir, creating a dialogue that bridges tradition and spirituality.

In A Eye (The Digital Leviathan), the sound darkens and compacts: Nick Llerandi’s guitar weaves with tense electronic textures, revealing a more restless side of the project.

The closing National Repentance Anthem is solemn but measured: piano introduces the theme, then the Yerevan State Chamber Choir, conducted by Kristina Voskanyan, expands the horizon with an intense, concentrated song.

In Tigran Hamasyan’s Manifeste, each track builds its own sonic universe: some push with a nearly rock-like force, others pause in more rarefied spaces where time seems to stretch, while others rely on voices and choirs to deepen the narrative. Yet all converge in a single direction, as if every piece were an essential tile in a larger design.

It’s an album that demands presence, attention, and willingness to step fully inside. When you do, it rewards with sincere emotions and moments that linger long after the final silence. More than a simple collection of tracks, Manifeste is a journey to traverse, an experience that leaves a subtle yet persistent mark, hard to ignore.