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| Evocante – Tempi Moderni |
Evocante – Tempi Moderni (Dialettica Label / La Stanza Nascosta Records,2026)
Un viaggio sonoro teso tra presente, memoria e inquietudine
Nel nuovo lavoro di Vincenzo Greco, in arte Evocante, Tempi Moderni nasce prima di tutto da un’urgenza espressiva. Pubblicato per Dialettica Label, il disco unisce electro-rock ed elettronica in un impianto sonoro compatto e attraversato da una tensione costante.
Al centro del progetto c’è lo stesso Evocante, che firma scrittura e arrangiamenti e si muove come polistrumentista: voce, synth, theremin, chitarra elettrica e basso. A sostenerlo in studio c’è Salvatore Papotto al basso, presente in quasi tutto il disco. Un lavoro profondamente personale, costruito attraverso una scrittura diretta e un’interazione precisa tra visione autoriale e contributo strumentale.
Non è la prima volta che mi confronto con il suo percorso: avevo già scritto di lui in occasione del precedente All’improvviso – Canzoni lievi, un lavoro molto diverso per approccio e leggerezza espressiva (Leggi l’articolo). Un album composto da dodici tracce, pensato come un omaggio alla canzone d’autore italiana, in cui melodie eleganti e testi profondi costruivano un’atmosfera raccolta e riflessiva, guidata da uno sguardo personale e poetico.
Qui il movimento è diverso: Tempi Moderni non alleggerisce, ma aggiunge strati su strati. Fin dall’inizio si capisce la direzione, una scrittura che non si limita a guardare il presente, ma lo attraversa con uno sguardo critico, trasformando il suono in un luogo di confronto, scelta e resistenza.
L’apertura con Hey tu introduce subito questa tensione, anche per la presenza della voce di Pier Paolo Pasolini, che torna più avanti nel disco come presenza evocata e non decorativa. È un ingresso che non cerca mediazioni, ma stabilisce immediatamente il perimetro: quello di un lavoro che guarda al presente con uno sguardo netto, spesso scomodo.
Con Aria di formalità e Non c’è più tempo il disco entra nel suo cuore pulsante. Qui l’electro-rock di Evocante prende forma in modo più evidente: synth che avanzano come correnti intermittenti, chitarre elettriche che non riempiono ma incidono, basso e batteria che tengono insieme una struttura volutamente tesa. È un equilibrio instabile, ma coerente con l’idea generale del progetto.
In Scarpette rosse, con il testo di Joyce Lussu, la dimensione si fa più recitativa, quasi sospesa, come se il disco lasciasse emergere per un momento una voce altra dentro il proprio flusso. Subito dopo, Vittime e carnefici e Ricorsi criminali riportano la narrazione su un piano più diretto e politico, dove il riferimento alla storia e ai suoi ritorni non è mai astratto ma sempre incarnato, quasi disturbante nella sua immediatezza.
È in questa parte centrale che il disco assume più chiaramente la forma di un unico blocco narrativo, soprattutto nei brani che affrontano il tema dei conflitti contemporanei e delle loro radici storiche. L’idea che le vittime possano trasformarsi in carnefici, o che la storia si ripresenti con dinamiche rovesciate ma riconoscibili, attraversa tutto il percorso con una coerenza quasi ossessiva.
Musicalmente, Alza il livello mantiene alta la pressione, muovendosi su un intreccio in cui elettronica e interventi strumentali più taglienti si alternano senza perdere compattezza. Irrilevante prosegue sulla stessa linea, accentuando ancora di più il contrasto tra densità elettronica e aperture più asciutte, quasi nervose.
Con Conviene dei CCCP il disco entra in un confronto diretto con una certa memoria musicale italiana. Il brano non viene ripreso in modo nostalgico, ma riportato dentro il presente, con un taglio più ruvido e attuale.
La domenica delle salme, di De André, prosegue su questa linea. Anche qui non c’è omaggio nel senso tradizionale, ma una rilettura che mette il brano in tensione, facendolo risuonare in modo diverso, come se parlasse ancora, ma da un altro tempo.
Con Gente in progresso, riletta a partire dal lavoro di Battiato e Pio, il senso del progetto emerge in modo ancora più netto. Il brano si muove con un’impronta quasi scenica, richiama certe atmosfere anni Sessanta e poi si apre in una coda dominata dai synth, che restituisce una sensazione di accelerazione continua. È come se il passato venisse trascinato dentro il presente, senza il tempo necessario per essere davvero rielaborato.
Troppo poco rallenta leggermente il passo, portando la tensione su un terreno più introspettivo, quasi come se il discorso si ripiegasse su sé stesso senza perdere intensità.
Persongente riprende e rilancia quella stessa tensione, ma la apre a uno spazio più ampio, dove il discorso sembra spostarsi gradualmente dal piano individuale a una dimensione più collettiva. In questo passaggio riaffiora anche la voce di Pier Paolo Pasolini, che attraversa il brano come presenza evocata e ulteriore livello di senso, rafforzando la direzione critica e la stratificazione del pezzo.
Con Resistenza il disco si chiude cambiando prospettiva. Non è una vera risoluzione, quanto piuttosto uno spostamento: una possibilità che si affaccia attraverso una dimensione collettiva, una forma di apertura che non cancella ciò che è stato, ma lo rimette in movimento.
In definitiva Tempi Moderni è un lavoro che non cerca equilibrio, ma continuità di pressione. Un disco che procede per accumulo, per tensioni che si stratificano senza mai trovare un vero punto di quiete, dove anche i momenti più aperti non coincidono con una distensione, ma con un cambio di prospettiva.
Quello che resta, alla fine dell’ascolto, è una sensazione difficile da archiviare: qualcosa che continua a muoversi, a tornare, a chiedere attenzione. Evocante costruisce un percorso che non accompagna, ma coinvolge, e che non offre risposte facili, preferendo lasciare spazio al dubbio e alla frizione.
C’è una dimensione profondamente umana in tutto questo, fatta di inquietudine, lucidità e bisogno di non distogliere lo sguardo. Ed è forse proprio qui che il disco trova il suo senso più forte: nel tentativo di restare presente, vigile, dentro un tempo che spesso spinge nella direzione opposta.
Un lavoro che non si esaurisce nell’ascolto, ma continua a sedimentare, lasciando una traccia sottile e persistente, come una domanda che rimane aperta.
English version
Evocante – Tempi Moderni (Dialettica Label / La Stanza Nascosta Records,2026)
A tense sonic journey between present, memory, and unease
In the new work by Vincenzo Greco, known as Evocante, Tempi Moderni is born first and foremost out of an expressive urgency. Released by Dialettica Label, the album blends electro-rock and electronic music into a compact sound framework, constantly crossed by a persistent tension.
At the center of the project is Evocante himself, who writes and arranges the music and acts as a multi-instrumentalist: voice, synths, theremin, electric guitar, and bass. Supporting him in the studio is Salvatore Papotto on bass, present in most of the album. A deeply personal work, built through direct writing and a precise interaction between artistic vision and instrumental contribution.
It’s not the first time I’ve engaged with his work: I had already written about him in relation to the previous All’improvviso – Canzoni lievi, a very different album in approach and expressive lightness (Read the article). A twelve-track record conceived as a tribute to Italian songwriting, where elegant melodies and deep lyrics created an intimate and reflective atmosphere, guided by a personal and poetic gaze.
Here the movement is different: Tempi Moderni does not lighten, it layers. From the very beginning, the direction is clear—a writing style that does not simply observe the present but moves through it with a critical eye, turning sound into a space of confrontation, choice, and resistance.
The opening track Hey tu immediately introduces this tension, also through the presence of Pier Paolo Pasolini’s voice, which returns later in the album as an evoked, non-decorative presence. It is an entrance that seeks no mediation, immediately defining the boundaries of a work that looks at the present with a sharp, often uncomfortable gaze.
With Aria di formalità and Non c’è più tempo, the album enters its beating core. Here Evocante’s electro-rock becomes more evident: synths moving like intermittent currents, electric guitars that cut rather than fill, bass and drums holding together a deliberately tense structure. It is an unstable balance, yet consistent with the overall vision of the project.
In Scarpette rosse, with text by Joyce Lussu, the tone becomes more spoken-like, almost suspended, as if the album briefly allows another voice to emerge within its flow. Immediately after, Vittime e carnefici and Ricorsi criminali bring the narrative back to a more direct and political level, where history and its returns are never abstract but always embodied, almost unsettling in their immediacy.
It is in this central section that the album most clearly takes the shape of a single narrative block, especially in the tracks dealing with contemporary conflicts and their historical roots. The idea that victims can turn into perpetrators, or that history returns with reversed yet recognizable dynamics, runs through the entire work with an almost obsessive coherence.
Musically, Alza il livello maintains the pressure, moving through an interplay where electronic textures and sharper instrumental interventions alternate without losing compactness. Irrilevante continues along the same line, further sharpening the contrast between electronic density and more stripped, nervous openings.
With Conviene by CCCP, the album enters a direct dialogue with a certain Italian musical memory. The track is not revisited nostalgically, but brought into the present with a rougher, more immediate edge.
La domenica delle salme by De André follows the same path. Again, there is no traditional tribute, but a reinterpretation that places the song under tension, making it resonate differently, as if it were still speaking from another time.
With Gente in progresso, reworked from Battiato and Pio’s original, the project’s intent becomes even clearer. The track unfolds with a quasi-theatrical feel, evoking Sixties atmospheres before opening into a synth-driven coda that conveys a sense of relentless acceleration. It feels as if the past is being pulled into the present without the time needed for real reflection.
Troppo poco slightly slows the pace, bringing the tension into a more introspective space, as if the discourse briefly folded inward without losing intensity.
Persongente resumes and expands that same tension, opening it to a broader dimension where the individual perspective gradually shifts toward something collective. In this passage, Pier Paolo Pasolini’s voice reappears, crossing the track as an evoked presence and an additional layer of meaning, reinforcing its critical depth and stratification.
With Resistenza, the album closes by shifting perspective. It is not a true resolution, but rather a displacement: an opening that emerges through a collective dimension, a gesture that does not erase what came before but puts it back into motion.
Ultimately, Tempi Moderni is a work that does not seek balance but sustained pressure. An album that builds through accumulation, where tensions stratify without ever finding real release, and even its more open moments are not relief but changes of perspective.
What remains after listening is a hard-to-dismiss sensation: something that keeps moving, returning, demanding attention. Evocante builds a journey that does not accompany the listener but involves them, offering no easy answers and instead leaving space for doubt and friction.
There is something deeply human in all this—unease, clarity, and the refusal to look away. And perhaps this is where the album finds its strongest meaning: in the attempt to remain present and aware within a time that constantly pushes in the opposite direction.
A work that does not end with listening, but continues to sediment, leaving behind a subtle and persistent trace, like an unanswered question.

