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| The Black Page – Open The Next Page |
The Black Page – Open The Next Page (King Records, 1986)
Un gioiello nascosto del neo-prog giapponese tra tecnica, immaginazione e intensità emotiva
Non conoscevo questo disco e devo ringraziare l’amico Marco Croci per avermelo fatto scoprire. Open The Next Page dei The Black Page è uno di quei ritrovamenti che arrivano all’improvviso e ti costringono a fermarti, ad ascoltare con attenzione, perché capisci subito che dietro c’è una storia particolare.
Una band giapponese di Osaka, attiva per poco tempo e già scomparsa quando ancora non aveva fatto in tempo a lasciare davvero il segno. Eppure, in questo unico album del 1986 si sente una cura maniacale, una passione che supera i limiti del loro percorso breve. Il disco è costruito attorno ai fratelli Fumiaki Ogawa alle tastiere e Itsufumi Ogawa alla chitarra, affiancati dal basso di Tsuneo Komine e dalla batteria di Kozo Suganuma. Le parti vocali sono affidate a Fumiaki Ogawa, supportato dalla bella voce femminile di Tamiko Kubo, che aggiunge colore e profondità ai brani, rendendo l’ascolto ancora più avvolgente e coinvolgente.
L’inizio è affidato a Go On!, un brano travolgente che attacca senza esitazioni. È come se i due fratelli al centro del progetto – chitarra e tastiere – volessero subito mettere in chiaro la loro visione: un interplay serrato, un’urgenza quasi fisica di spingere avanti la musica.
Con A Stick & The Moon Man l’album si apre a un lato più narrativo, con cambi di atmosfera che sembrano raccontare piccoli frammenti di un mondo immaginario. Il disco comincia a mostrare il suo carattere: tecnico, certo, ma mai freddo.
Lap Lap aggiunge un tocco di frenesia controllata, un correre continuo che però resta sempre leggibile, come se ogni strumento conoscesse perfettamente il proprio spazio.
La breve From A Long Distance arriva come una pausa: un momento sospeso, quasi un respiro, che smorza la tensione prima di ripartire.
Elegy è uno dei passaggi più emozionali: malinconica senza essere pesante, costruita con un equilibrio che sorprende, quasi come se la band avesse voluto svelare un lato più fragile del proprio linguaggio.
Il fulcro dell’album, però, è la mini suite The Story Of A Melodious Stone / Admiration / Trip To Faraway Place / Good Bye. Pochi minuti, ma densissimi. Qui i The Black Page sembrano voler concentrare tutto ciò che sono: immaginazione, dinamica, piccoli slanci epici e un’attenzione quasi cinematografica alla costruzione dei momenti. È il brano che più rimane in testa, quello che restituisce l’idea di una band che aveva davvero qualcosa da dire.
Nella parte finale, Paranoia porta una scossa più diretta, con un’energia quasi ruvida; Interlude offre una nuova finestra intima; e Oyasumi chiude il disco con un senso di quiete che arriva come una carezza dopo tanta intensità.
Open The Next Page è uno
di quei dischi che non chiedono di essere capiti alla prima, ma che rivelano la
loro natura ascolto dopo ascolto. C’è dentro la storia di una band effimera ma
ispirata, il desiderio di spingersi oltre, la bellezza di qualcosa che non ha
avuto il tempo di diventare grande ma che, proprio per questo, resta preziosa.
Una pagina che vale davvero la pena riaprire.
English version
The Black Page – Open The Next Page (King Records, 1986)
A hidden gem of Japanese neo-prog, blending technique, imagination, and emotional intensity
I hadn’t heard this album before, and I must thank my friend Marco Croci for giving me the chance to discover it. Open The Next Page by The Black Page is one of those finds that arrives unexpectedly and makes you stop, listen closely, because you immediately sense there’s a unique story behind it.
A Japanese band from Osaka, active for a short time and already gone before they could really leave a mark. Yet, on this sole 1986 album, you can feel meticulous care and a passion that goes far beyond their brief career.
The record is built around the Ogawa brothers: Fumiaki Ogawa on keyboards and Itsufumi Ogawa on guitar, supported by Tsuneo Komine on bass and Kozo Suganuma on drums. Vocals are handled by Fumiaki Ogawa, supported by the beautiful female voice of Tamiko Kubo, adding color and depth to the tracks, making the listening experience even more immersive and engaging.
The album opens with Go On!, a sweeping track that launches without hesitation. It’s as if the two brothers at the heart of the project—guitar and keyboards—wanted to immediately make their vision clear: tight interplay and an almost physical urgency to push the music forward.
With A Stick & The Moon Man, the album moves into a more narrative space, with shifts in atmosphere that seem to tell small fragments of an imagined world. The record begins to reveal its character: technical, certainly, but never cold.
Lap Lap adds a touch of controlled frenzy, a continuous momentum that remains perfectly coherent, as if each instrument knew exactly its own space.
The short From A Long Distance comes as a pause: a suspended moment, almost a breath, that eases the tension before moving on.
Elegy is one of the most emotional passages: melancholic without being heavy, built with a balance that surprises, almost as if the band wanted to unveil a more fragile side of their musical language.
At the heart of the album is the mini suite The Story Of A Melodious Stone / Admiration / Trip To Faraway Place / Good Bye. Just a few minutes, but densely packed. Here, The Black Page seem to concentrate everything they are: imagination, dynamics, small epic gestures, and an almost cinematic attention to constructing the moments. It’s the track that sticks in your mind the most, the one that conveys the idea of a band that truly had something to say.
In the final section, Paranoia delivers a more direct jolt, with a raw, almost rough energy; Interlude opens a new, intimate window; and Oyasumi closes the album with a sense of calm that arrives like a gentle caress after so much intensity.
Open The Next Page is one of those albums that doesn’t demand to be understood on the first listen but reveals its nature gradually, play after play. It carries the story of an ephemeral yet inspired band, the desire to push beyond, and the beauty of something that never had the time to become truly big, which makes it all the more precious.
A page that is definitely worth reopening.
