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| Clarissa Colucci – Echoes From Home |
Clarissa Colucci – Echoes From Home (Wow Records, 2025)
Tra echi interiori, sperimentazione e jazz contemporaneo
Echoes from Home di Clarissa Colucci è il primo disco di questo 2026 che mi accingo a raccontare. Pubblicato da Wow Records e uscito lo scorso 9 gennaio, è un lavoro che non si lascia cogliere con fretta.
Ci sono dischi che richiedono tempo, attenzione e una certa disponibilità emotiva: questo è uno di quelli. Nasce in uno spazio fragile e necessario, fatto di ricerca, cuore e tecnica, di mettersi in gioco e di tentativi di dare forma sonora a ciò che spesso resta non detto.
Clarissa Colucci sceglie di esporsi, di scavare dentro le proprie traiettorie interiori, trasformando la sperimentazione non in esercizio di stile, ma in linguaggio espressivo. Ogni brano si muove lungo un confine sottile tra controllo e abbandono, tra scrittura e libertà, restituendo un jazz contemporaneo che vive di ascolto, di equilibrio e di continua trasformazione.
Cantante jazz e compositrice dalla solida formazione accademica, Clarissa Colucci ha costruito negli anni un percorso artistico orientato a una ricerca stilistica personale e riconoscibile. La vittoria del Primo Premio nella Sezione Cantanti del concorso nazionale Chicco Bettinardi per Nuovi Talenti del Jazz Italiano nel 2019 rappresenta una tappa significativa di questo cammino, così come le numerose collaborazioni con musicisti della scena nazionale e internazionale, esperienze che hanno contribuito a far emergere una voce capace di raccontare, dialogare e trasformare ogni nota in spazio di ascolto e di scoperta.
La voce della Colucci è il centro magnetico del progetto: misurata, mai compiaciuta, capace di muoversi tra fragilità e controllo con naturalezza. Non impone, suggerisce. Non sovrasta, dialoga. Attorno a lei si muove un ensemble affiatato, in cui ogni strumento trova spazio e senso all’interno di una scrittura curata e aperta. Il clarinetto di Matteo Serra e il sax tenore di Canio Coscia aggiungono colori cangianti, spesso in bilico tra lirismo e inquietudine; il pianoforte di Lorenzo Mazzocchetti costruisce architetture mobili, mentre contrabbasso e batteria – Sergio Mariotti e Federico Negri – lavorano in profondità, sostenendo e accompagnando senza mai irrigidire il flusso.
I brani originali nascono da un’esigenza chiaramente autobiografica, ma non si chiudono mai in un intimismo autoreferenziale. Fig Tree apre il disco con un passo delicato e introspettivo, instaurando subito un clima di sospensione emotiva.
A seguire, Along the Way approfondisce il senso del cammino interiore, tra attese, riflessioni e scoperte lente. Odysseus si muove come una dichiarazione di viaggio, tra partenze e ritorni che non coincidono mai del tutto, scandendo con forza e misura i momenti di tensione e di respiro.
L’unica rilettura, Send in the Clowns di Stephen Sondheim, si inserisce con naturalezza nel contesto, riletta con sensibilità e rispetto, filtrata attraverso la voce e il suono riconoscibili di Clarissa Colucci.
C’è una forte attenzione alla forma, ma anche al silenzio, agli spazi tra le note: Stay There e Soli’cheat’ous chiudono il cerchio, riportando l’ascoltatore “a casa”, che non è un luogo fisico ma uno stato dell’anima, instabile, provvisorio e proprio per questo autentico.
Echoes from Home non pretende risposte immediate: si lascia attraversare, respirare e, piano piano, restare addosso. Tra silenzi, attese e piccoli lampi di intensità, il disco diventa uno spazio in cui ascoltare, sentirsi accompagnati e ritrovare, in ogni nota, frammenti di casa. La musica di Clarissa Colucci invita a fermarsi, ad abitare con leggerezza quel confine tra interiorità e condivisione, trasformando l’ascolto in un’esperienza emotiva sospesa tra memoria e possibilità.
English version
Clarissa Colucci – Echoes From Home (Wow Records, 2025)
Between Inner Echoes, Experimentation, and Contemporary Jazz
Echoes from Home by Clarissa Colucci is the first album of 2026 that I am about to explore and share. Released by Wow Records on January 9, it is a work that cannot be grasped in haste. Some albums require time, attention, and a certain emotional openness: this is one of them. It emerges from a fragile and necessary space, shaped by research, heart, and technique, by taking risks, and by attempting to give musical form to what often remains unspoken.
Clarissa Colucci chooses to expose herself, to delve into her inner trajectories, turning experimentation not into an exercise of style but into a personal expressive language. Each track moves along a subtle boundary between control and surrender, between composition and freedom, delivering contemporary jazz that thrives on listening, balance, and continuous transformation.
A jazz singer and composer with a solid academic background, Clarissa Colucci has built over the years an artistic path oriented toward a recognizable and personal stylistic research. Winning First Prize in the Singer Section of the national Chicco Bettinardi Competition for New Italian Jazz Talents in 2019 marked a significant step in her journey, as did numerous collaborations with national and international musicians—experiences that helped her develop a voice capable of storytelling, dialogue, and turning every note into a space of listening and discovery.
Colucci’s voice is the magnetic center of the project: measured, never self-indulgent, able to move naturally between fragility and control. It does not impose, it suggests. It does not dominate, it dialogues. Around her, a tight-knit ensemble moves fluidly, with each instrument finding space and purpose within carefully open arrangements. Matteo Serra’s clarinet and Canio Coscia’s tenor sax add shifting colors, often balancing lyricism and unease; Lorenzo Mazzocchetti’s piano builds mobile architectures, while Sergio Mariotti on double bass and Federico Negri on drums work in depth, supporting and accompanying without ever stiffening the flow.
The original tracks stem from a clearly autobiographical need, yet they never close into self-referential intimacy. Fig Tree opens the album with a delicate, introspective step, immediately establishing a mood of emotional suspension.
Next, Along the Way deepens the sense of an inner journey, amid waiting, reflection, and slow discoveries. Odysseus moves like a declaration of travel, between departures and returns that never fully coincide, marking moments of tension and breathing with strength and poise.
The only cover, Stephen Sondheim’s Send in the Clowns, fits naturally into the context, interpreted with sensitivity and respect, filtered through Clarissa Colucci’s recognizable voice and sound.
There is a strong attention to form, but also to silence, to the spaces between notes: Stay There and Soli’cheat’ous close the circle, bringing the listener “home,” which is not a physical place but a state of mind —unstable, provisional, and therefore authentic.
Echoes from Home does not demand immediate answers: it allows itself to be felt, breathed, and slowly to linger. Between silences, waiting, and brief flashes of intensity, the album becomes a space to listen, feel accompanied, and rediscover fragments of home in every note. Clarissa Colucci’s music invites us to pause, to inhabit lightly that boundary between interiority and sharing, transforming listening into an emotional experience suspended between memory and possibility.

