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| Pat And Co – Fusion |
Pat And Co – Fusion (La Stanza Nascosta Records, 2025)
Un viaggio sonoro tra contaminazioni, voce e identità in continuo mutamento
Ascoltare Fusion di Pat And Co, per me, è stato come entrare in uno spazio sonoro che non chiede di essere catalogato, ma attraversato. È uno di quei dischi che non si limitano a proporre una sequenza di brani, ma costruiscono un ambiente, un racconto nel quale ci si muove senza punti di riferimento prestabiliti, guidati più dall’intuizione che dalla logica dei generi.
Il jazz è il punto di partenza dichiarato, ma non diventa mai una gabbia. Lo percepisco piuttosto come una postura mentale, una disponibilità all’incontro e al rischio. In questo senso Fusion prende sul serio l’idea di contaminazione culturale: non una semplice somma di stili, bensì un continuo slittamento tra linguaggi. È una musica che nasce dall’ibridazione e vive di confini porosi, dove ogni elemento sembra costantemente pronto a trasformarsi.
La voce di Patricia Guilmard è il primo magnete. Fin dai primi ascolti colpisce la sua capacità di muoversi tra epoche e linguaggi diversi senza mai risultare derivativa. Assorbe suggestioni differenti e le restituisce in forma personale, con naturalezza e coerenza, mantenendo un equilibrio sottile tra memoria e presente. Al suo fianco, Claude Lai si conferma architetto sonoro e complice creativo: le sue musiche e i sampling non sono semplici supporti, ma partner del racconto, dialogano con la voce, la stimolano e ne ampliano le possibilità espressive. Insieme costruiscono un tessuto musicale dinamico, in cui l’identità di Patricia Guilmard si afferma proprio attraverso il cambiamento continuo, restando sempre riconoscibile.
Brani come Life is a bitch e Changing Mood conquistano per l’eleganza con cui declinano un’estetica nu-soul credibile e profonda, mentre It’s hard to say goodbye apre a una dimensione pop-rock che amplia ulteriormente il respiro del disco. In Dis moi, invece, emerge un fascino quasi ipnotico, grazie a coloriture balcaniche che non risultano mai decorative, ma pienamente funzionali al racconto emotivo.
Il dialogo tra voce e musica è costante e vitale, e gran parte del merito va ancora a Claude Lai. Le sue strutture sonore non accompagnano semplicemente Patricia Guilmard: la sfidano, la provocano, la sostengono. Questo rapporto appare con particolare evidenza in I am standing, uno dei momenti più sorprendenti dell’album. Il brano si sviluppa in modo ampio e fluido, costruito come una mini-suite, e colpisce per la sua intensità narrativa e per la delicatezza con cui si sviluppa il racconto sonoro.
In un disco che sembra concepito come una costellazione di potenziali singoli, Power e Move si distinguono per struttura e forza espressiva. Il flusso musicale si apre alla sperimentazione e al dialogo tra generi, con Move che diventa uno spazio aperto all’improvvisazione e alla continua ridefinizione. Questa vitalità si manifesta in modo evidente: ogni ascolto può rivelare variazioni, dettagli inattesi e nuove sfumature, trasformando l’esperienza musicale in qualcosa di sempre diverso.
Costa Paradiso, il singolo estratto, celebra la bellezza incontaminata della costa sarda, dove tra l'altro la coppia si è sposata. L’andamento delle parole cantate e la melodia, che si sviluppa in cicli delicati e raffinati di sapore lounge, donano al brano una personalità originale e irresistibile.
Ciò che convince maggiormente di Fusion è che la contaminazione non suona mai come un espediente. Non c’è nulla di posticcio nel mescolare afrobeat, contemporary R&B, electro-funk futurista, trip-hop, reggae e suggestioni da colonna sonora. Tutto risponde a una necessità espressiva autentica, come se Pat And Co avessero fatto propria l’idea che il jazz – linguaggio meticcio per eccellenza – sia prima di tutto un modo di stare nel mondo.
Le lingue si alternano – francese, inglese, italiano e spagnolo – rafforzando la dimensione internazionale del progetto, ma ciò che resta centrale, per me, è ancora la vocalità di Patricia Guilmard. Una voce capace di gestire tempo e fraseggio con grande libertà, di usare scat, respiri e fratture del testo come veri materiali espressivi. Nei suoi vocalismi affiora qualcosa di primigenio: un continuo smontare e ricostruire il senso, fino a fondersi quasi completamente con il tessuto musicale.
Fusion è un disco che cresce ascolto dopo ascolto. Non dà mai l’impressione di voler sedurre con facilità, e forse è proprio questo il suo punto di forza. Vive in un equilibrio instabile tra passato e futuro e usa questa instabilità per interrogare il presente. Pat And Co firmano un esordio maturo, che trasforma la jam session in una metafora culturale e fa della contaminazione non un’etichetta, ma una necessità vitale.
English version
Pat And Co – Fusion (La Stanza Nascosta Records, 2025)
A sonic journey through cross-pollinations, voice, and ever-changing identity
Listening to Fusion by Pat And Co, for me, felt like stepping into a soundscape that doesn’t ask to be categorized, but experienced. It’s one of those albums that doesn’t just present a sequence of tracks, but builds an environment, a story in which you move without preset reference points, guided more by intuition than by the logic of genres.
Jazz is the declared starting point, but it never becomes a cage. I perceive it more as a mindset, an openness to encounter and risk. In this sense, Fusion fully embraces the idea of cultural cross-pollination: not a simple sum of styles, but a continuous shift between languages. It’s music born from hybridity, living in porous boundaries, where every element seems constantly ready to transform.
Patricia Guilmard’s voice is the first magnet. From the very first listens, I was struck by her ability to move across eras and languages without ever sounding derivative. She absorbs different influences and renders them in her own personal way, naturally and coherently, maintaining a delicate balance between memory and the present. Alongside her, Claude Lai confirms himself as a sonic architect and creative partner: his compositions and sampling are not mere support, but collaborators in the narrative, dialoguing with the voice, challenging it, and expanding its expressive possibilities. Together, they build a dynamic musical fabric in which Patricia Guilmard’s identity asserts itself precisely through continuous change, always remaining recognizable.
Tracks like Life is a bitch and Changing Mood captivate with the elegance with which they unfold a credible and profound nu-soul aesthetic, while It’s hard to say goodbye opens up a pop-rock dimension that further broadens the album’s scope. In Dis moi, a nearly hypnotic charm emerges, thanks to Balkan inflections that never feel decorative, but fully functional to the emotional storytelling.
The dialogue between voice and music is constant and vital, and much of the credit goes again to Claude Lai. His sonic structures do not simply accompany Patricia Guilmard: they challenge, provoke, and support her. This relationship is particularly evident in I am standing, one of the album’s most surprising moments. The track unfolds widely and fluidly, built as a mini-suite, remarkable for its narrative intensity and the delicacy with which the sonic story develops.
In an album that seems conceived as a constellation of potential singles, Power and Move stand out for their structure and expressive strength. The musical flow opens to experimentation and dialogue between genres, with Move becoming an open space for improvisation and continuous redefinition. This vitality is evident: each listen can reveal variations, unexpected details, and new shades, transforming the musical experience into something ever-changing.
The single, Costa Paradiso, celebrates the unspoiled beauty of the Sardinian coast, where the couple, by the way, got married. The phrasing of the sung words and the melody, unfolding in delicate, refined loops with a lounge feel, give the track an original and irresistible character. What convinces me most about Fusion is that the cross-pollination never feels like a gimmick. There is nothing artificial in blending afrobeat, contemporary R&B, futuristic electro-funk, trip-hop, reggae, and cinematic touches. Everything responds to a genuine expressive need, as if Pat And Co had fully embraced the idea that jazz — the ultimate hybrid language — is, above all, a way of being in the world.
The languages alternate — French, English, Italian, and Spanish — reinforcing the project’s international dimension, yet what remains central to me is still Patricia Guilmard’s vocality. A voice capable of handling time and phrasing with great freedom, using scat, breaths, and textual fractures as real expressive materials. In her vocalizations, something primordial emerges: a constant dismantling and reconstruction of meaning, almost merging completely with the musical fabric.
Fusion is an album that grows with each listen. It never gives the impression of trying to seduce easily, and perhaps that is precisely its strength. It exists in an unstable balance between past and future, using that instability to interrogate the present. Pat And Co deliver a mature debut, transforming the jam session into a cultural metaphor, and making cross-pollination not a label, but a vital necessity.

