martedì 16 giugno 2026

Alberto Gurrisi, Alessandro Usai, Roberto Paglieri – Cento di questi Cerri 2026 | Tributo jazz a Franco Cerri | Redapolis Music

Gurrisi,  Usai, Paglieri – Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni)

Gurrisi,  Usai, Paglieri – Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni) (Abeat Records, 2026)

Un viaggio vivo nella musica di Franco Cerri, tra memoria, eleganza e presente

Alberto Gurrisi, Alessandro Usai, Roberto Paglieri feat. Irene Burratti e C.J.O. Civica Jazz Orchestra diretta da Luca Missiti – Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni) uscito per Abeat Records si muove con un equilibrio raro tra celebrazione e necessità viva del presente. Non c’è l’idea del tributo come semplice commemorazione, ma quella di una materia musicale che continua a respirare, a trasformarsi, a dialogare con chi oggi la suona e la reinterpreta.

Fin dall’inizio si percepisce che questo album, realizzato in occasione del centenario della nascita di Franco Cerri, non nasce per fissarne semplicemente il ricordo, ma per rimetterne in circolo la musica e lo spirito. La figura del Maestro non viene incorniciata in una celebrazione nostalgica, ma lasciata aperta, come una linea melodica che continua a suggerire nuove possibilità interpretative. È proprio in questa apertura che il progetto trova il suo significato più autentico: nell'idea che il linguaggio musicale di Cerri non appartenga soltanto alla storia del jazz italiano, ma continui a vivere nel presente attraverso musicisti capaci di raccoglierne l'eredità senza trasformarla in imitazione.

La sensazione è quella di una musica che non smette di interrogarsi mentre suona, come se ogni brano fosse un modo diverso di tornare a parlare con quella stessa origine, senza mai ripeterla davvero.

Il lavoro di Alberto Gurrisi, Alessandro Usai e Roberto Paglieri costruisce un impianto sonoro solido, ma mai rigido. L’organo di Gurrisi apre spazi e sospensioni, la chitarra di Usai raccoglie l’eredità di Cerri senza imitarla, mentre la batteria di Paglieri tiene insieme tutto con una dinamica che respira, che accompagna più che spingere. L’ingresso della Civica Jazz Orchestra diretta da Luca Missiti aggiunge una dimensione orchestrale che amplia il quadro senza appesantirlo, come se ogni arrangiamento fosse pensato per lasciare aria tra le note.

La presenza vocale di Irene Burratti su alcuni brani introduce una linea narrativa ulteriore, soprattutto nei momenti più cantabili del repertorio, dove la memoria della canzone italiana e quella del jazz si sfiorano con naturalezza.

Il repertorio è costruito come un vero attraversamento dell’universo musicale di Cerri. Accanto alle sue composizioni originali, emergono brani che ne hanno segnato il percorso e il gusto, da Duke Ellington a Gorni Kramer, fino ai riferimenti alla canzone italiana firmata da Armando Trovajoli. Non è una semplice alternanza tra standard e composizioni: è un continuo gioco di specchi, dove ogni scelta sembra raccontare una sfumatura diversa della sua identità musicale.

Don’t Get Out of My Heart apre il disco con un respiro che porta subito fuori dall’orizzonte strettamente italiano e colloca il progetto dentro una dimensione più ampia del jazz. Il dialogo con Duke Ellington diventa qui un punto di partenza ideale: la scrittura si presta a un trattamento orchestrale che lascia emergere eleganza e profondità armonica, quasi a suggerire subito la natura “aperta” dell’intero lavoro.

In Donna, firmata da Gorni Kramer insieme a Garinei & Giovannini, entra in gioco anche l’avvolgente voce di Irene Burratti, che diventa parte integrante della narrazione e contribuisce a dare al brano una dimensione ancora più teatrale e immediata. La melodia conserva la sua forte identità originaria, ma viene attraversata da una scrittura più ariosa che la trasforma in racconto sonoro, dove parola e suono si sostengono a vicenda senza mai appesantirsi. 

Roma nun fa’ la stupida stasera, legata alla scrittura di Armando Trovajoli, amplifica questa dimensione cinematografica: è un brano che vive di immagini, di scenari urbani e di quella malinconia luminosa tipica della grande canzone italiana reinterpretata in chiave jazzistica.

Il cuore più interno del progetto si apre poi con Pipo, firmato da Franco Cerri. Qui il linguaggio si fa immediato, quasi confidenziale, con una leggerezza che nasce da un’idea musicale semplice e naturale, come qualcosa che si affaccia senza bisogno di essere spiegato. Il lavoro di chitarra di Alessandro Usai si distingue per equilibrio e sensibilità, con un fraseggio che non forza mai il materiale ma lo accompagna con misura, restituendo tutta la naturalezza e la trasparenza tipiche dell’universo di Cerri.

Gen Gen, ancora di Franco Cerri, mantiene invece un andamento più mobile e interno, costruito su piccoli spostamenti che danno al brano un senso di continuo assestamento, come se la musica si stesse osservando mentre prende forma.

Racconto, sempre di Franco Cerri, introduce una dimensione più esplicitamente narrativa, ma senza mai perdere quella misura sobria che attraversa tutto il disco. È un brano che sembra davvero mantenere la promessa del titolo, lasciando emergere un filo discorsivo chiaro ma non ingombrante, arricchito dalla splendida voce di Irene Burratti, che ne amplifica la dimensione raccontata con naturalezza e sensibilità.

Romantico, ancora firmato da Franco Cerri, si distende invece in una linea melodica più ampia e sospesa, che sembra non voler arrivare a una chiusura definitiva. È uno spazio in cui la cantabilità si allunga e resta in equilibrio tra dolcezza e sottrazione.

L’ipae, sempre di Franco Cerri, chiude questo nucleo con un movimento più raccolto, quasi appartato. Qui il suono si fa essenziale, come se il discorso si ritirasse di un passo per lasciare parlare il dettaglio.

Merci Beaucoup, firmato da Gorni Kramer, riporta poi il racconto verso una leggerezza più giocosa, che conserva però eleganza e misura. È un gesto quasi di ringraziamento in musica, coerente con lo spirito complessivo del progetto.

Infine Stazione Termini, firmato da Franco Cerri insieme ad Alberto Testa, chiude il percorso con una sensazione di passaggio più che di conclusione È un brano che vive di transito, come un luogo attraversato più che abitato, dove la musica non si ferma ma resta sospesa, lasciando aperta la possibilità di un proseguimento oltre l’ultima nota. Il tutto arricchito dall'elegante voce di Irene Burratti, che contribuisce a dare al brano una dimensione ancora più umana e narrativa, come un ultimo sguardo condiviso prima della partenza.

Franco Cerri

In definitiva, Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni) non si limita a celebrare una figura centrale del jazz italiano, ma ne rilancia lo spirito in una forma viva, contemporanea, mai museale. È un disco che respira insieme a chi lo suona, e che sembra ricordare a ogni passaggio quanto la musica di Franco Cerri fosse fatta non solo di eleganza e misura, ma soprattutto di umanità, ascolto e leggerezza pensata.

L’ultimo tratto del percorso, con Stazione Termini, lascia addosso proprio questa sensazione: quella di un viaggio che non si chiude davvero, ma che continua a muoversi anche dopo l’ultima nota, come un treno che si allontana lentamente senza spezzare il filo della memoria. La voce di Irene Burratti sembra raccogliere e restituire questo passaggio con naturalezza, quasi accompagnando l’ascoltatore fuori dalla scena, ma senza mai interrompere il dialogo.

È qui che il progetto trova la sua forma più sincera: non nell’omaggio statico, ma nella continuità. In quella sottile idea che certi musicisti non appartengano davvero al passato, ma restino presenti ogni volta che qualcuno decide di suonarne lo spirito. E in questo senso, questo disco non chiude nulla: semmai riapre tutto, con discrezione e con rispetto, lasciando che sia ancora la musica a parlare.

Tracklist: Don’t Get Out of My Heart, Donna, Roma nun fa’ la stupida stasera, Pipo, Gen Gen, Racconto, Romantico, L’ipae, Merci Beaucoup, Stazione Termini 

English version 

Gurrisi,  Usai, Paglieri – Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni) (Abeat Records, 2026)

A living journey through the music of Franco Cerri, between memory, elegance and the present   

Alberto Gurrisi, Alessandro Usai, Roberto Paglieri feat. Irene Burratti and the C.J.O. Civica Jazz Orchestra conducted by Luca Missiti – Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni), released by Abeat Records, unfolds with a rare balance between celebration and the living urgency of the present. There is no sense of tribute as mere commemoration, but rather of a musical matter that continues to breathe, transform, and engage in dialogue with those who perform and reinterpret it today.

From the very beginning, it becomes clear that this album, created for the centenary of Franco Cerri’s birth, is not intended simply to preserve his memory, but to set his music and spirit back into motion. The Maestro’s figure is not framed within nostalgic celebration; instead, it is left open, like a melodic line still suggesting new interpretative possibilities. It is precisely in this openness that the project finds its most authentic meaning: in the idea that Cerri’s musical language does not belong solely to the history of Italian jazz, but continues to live in the present through musicians capable of embracing its legacy without turning it into imitation.

The impression is that of a music that never stops questioning itself while it plays, as if each piece were a different way of returning to the same origin, without ever truly repeating it.

The work of Alberto Gurrisi, Alessandro Usai and Roberto Paglieri builds a solid yet never rigid sonic structure. Gurrisi’s organ opens up space and suspension, Usai’s guitar carries Cerri’s legacy without imitating it, while Paglieri’s drumming holds everything together with a breathing, responsive dynamic that accompanies rather than pushes. The entrance of the C.J.O. Civica Jazz Orchestra conducted by Luca Missiti adds an orchestral dimension that broadens the picture without weighing it down, as if each arrangement were designed to leave air between the notes.

The vocal presence of Irene Burratti in several tracks introduces an additional narrative layer, especially in the more lyrical moments of the repertoire, where Italian song tradition and jazz naturally intersect.

The repertoire is built as a true journey through Cerri’s musical universe. Alongside his original compositions, there are works that marked his path and sensibility, from Duke Ellington to Gorni Kramer, and references to Italian songwriting by Armando Trovajoli. It is not a simple alternation between standards and originals, but a continuous play of reflections, where each choice reveals a different shade of his musical identity.

“Don’t Get Out of My Heart” opens the album with a broad breath that immediately moves beyond the strictly Italian horizon, placing the project within a wider jazz landscape. The dialogue with Duke Ellington becomes an ideal starting point: the writing lends itself to an orchestral treatment that reveals elegance and harmonic depth, immediately suggesting the “open” nature of the entire work.

In “Donna”, by Gorni Kramer with Garinei & Giovannini, the warm and expressive voice of Irene Burratti also enters the scene, becoming an integral part of the narrative and adding a more theatrical and immediate dimension to the piece. The melody retains its original identity, yet is reshaped by a more airy arrangement that turns it into a sonic story, where word and sound support each other without ever becoming heavy.

“Roma nun fa’ la stupida stasera”, linked to the writing of Armando Trovajoli, expands this cinematic dimension: it is a piece made of imagery, urban settings and that luminous melancholy typical of great Italian songwriting reinterpreted through a jazz lens.

The inner core of the project opens with “Pipo”, by Franco Cerri. Here the language becomes immediate, almost conversational, with a lightness born from a simple and natural musical idea, something that appears without needing explanation. The guitar work of Alessandro Usai stands out for its balance and sensitivity, with phrasing that never forces the material but accompanies it with restraint, restoring the naturalness and transparency typical of Cerri’s universe.

“Gen Gen”, again by Franco Cerri, maintains a more mobile and inward direction, built on small shifts that give the piece a sense of continuous adjustment, as if the music were observing itself as it takes shape.

“Racconto”, also by Franco Cerri, introduces a more explicitly narrative dimension, without ever losing the sober restraint that runs through the entire album. It truly lives up to its title, allowing a clear yet unobtrusive narrative thread to emerge, enriched by the elegant voice of Irene Burratti, which enhances its storytelling nature with naturalness and sensitivity.

“Romantico”, again by Franco Cerri, unfolds in a broader, suspended melodic line that seems unwilling to reach a definitive resolution. It is a space where lyricism stretches and remains balanced between sweetness and restraint.

“L’ipae”, still by Franco Cerri, closes this core with a more intimate, withdrawn movement. The sound becomes essential, as if the discourse stepped back to let detail speak.

“Merci Beaucoup”, by Gorni Kramer, brings the narrative back to a lighter, more playful dimension, while retaining elegance and control. It feels like a musical gesture of gratitude, fully aligned with the spirit of the project.

Finally, “Stazione Termini”, by Franco Cerri with Alberto Testa, closes the journey with a sense of passage rather than conclusion. It is a piece shaped by transit, like a place crossed rather than inhabited, where the music does not stop but remains suspended, leaving open the possibility of continuation beyond the final note. The elegant voice of Irene Burratti further enriches the track, adding an even more human and narrative dimension, like a final shared glance before departure.

In the end, Cento di questi Cerri (ovvero Cerri di questi giorni) does not merely celebrate a central figure of Italian jazz, but relaunches his spirit in a living, contemporary form, never museum-like. It is a record that breathes with those who play it, reminding us at every step that Franco Cerri’s music was made not only of elegance and balance, but above all of humanity, listening and thoughtful lightness.

The final stretch of the journey, with “Stazione Termini”, leaves exactly this sensation: that of a trip that does not truly end, but continues to move even after the last note, like a train slowly fading into the distance without breaking the thread of memory. Irene Burratti’s voice gently gathers and returns this passage, almost accompanying the listener out of the scene without ever interrupting the dialogue.

This is where the project finds its most sincere form: not in static homage, but in continuity. In that subtle idea that some musicians do not really belong to the past, but remain present whenever someone chooses to play their spirit. And in this sense, the album closes nothing: it rather reopens everything, with discretion and respect, letting music speak once again.

Tracklist: Don’t Get Out of My Heart, Donna, Roma nun fa’ la stupida stasera, Pipo, Gen Gen, Racconto, Romantico, L’ipae, Merci Beaucoup, Stazione Termini