![]() |
| Simone Locarni, Tom Arthurs – Alianti |
Simone Locarni, Tom Arthurs – Alianti (Abeat Records, 2026)
Un volo lento tra silenzio e luce
Simone Locarni e Tom Arthurs si incontrano in un territorio sonoro che rifugge ogni schema prestabilito e trova la propria forza nell'incontro tra due sensibilità artistiche. Alianti, pubblicato da Abeat Records, prende forma come un dialogo aperto, nel quale pianoforte e tromba si cercano, si avvicinano e si allontanano con naturalezza, fino a fondersi in un linguaggio comune che supera i confini dei singoli strumenti. È una musica che respira, lascia spazio al silenzio e invita l'ascoltatore a seguirne ogni sfumatura.
Il pianoforte di Locarni disegna strutture armoniche mobili, sospese tra scrittura e improvvisazione, con una chiarezza formale che riflette una formazione classica avviata in giovane età e consolidata al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Il successivo avvicinamento al linguaggio jazzistico si traduce in una scrittura equilibrata, in cui il pensiero compositivo resta sempre in dialogo con la libertà del momento. Il confronto con l’eredità di musicisti come Franco D’Andrea, Umberto Petrin e Ramberto Ciammarughi contribuisce a delineare una sensibilità che privilegia la costruzione del suono come processo condiviso, più che come affermazione individuale.
La tromba di Arthurs si inserisce in questo spazio con un linguaggio che alterna fragilità e intensità, lavorando spesso per sottrazione e trasparenza timbrica. La sua formazione internazionale e la lunga attività nella scena europea hanno contribuito a sviluppare un’estetica in cui il suono non viene mai imposto, ma lasciato emergere, come se ogni nota fosse parte di una narrazione in continuo divenire.
In questo incontro, il progetto prende forma come esperienza condivisa più che come semplice collaborazione tra due nomi. Le influenze di figure come Norma Winstone, John Taylor, Kenny Wheeler e Paul Bley emergono come coordinate estetiche implicite, riconoscibili soprattutto nell’attenzione al respiro della musica, alla sua dimensione cameristica e alla gestione dello spazio sonoro. In alcuni momenti affiora anche una luce più calda, quasi mediterranea, che attraversa il discorso senza mai diventare elemento dominante, ma piuttosto sfumatura interna al linguaggio.
La scrittura alterna momenti più strutturati ad aperture di maggiore libertà, in cui la forma si distende e lascia spazio all’improvvisazione. Il percorso si sviluppa così come un continuo movimento di equilibrio tra costruzione e abbandono, tra controllo e rischio espressivo, senza mai irrigidirsi in una direzione unica. È proprio in questa oscillazione costante che il dialogo tra i due musicisti trova la sua naturale evoluzione, preparando il terreno a una lettura più approfondita dei singoli episodi nel capitolo successivo.
Il risultato è un continuo saliscendi espressivo, in cui ogni brano diventa un punto di equilibrio instabile tra composizione e improvvisazione, tra controllo e abbandono. Un lavoro che vive proprio nella fiducia reciproca dei due musicisti e nella capacità di trasformare il dialogo in materia sonora viva.
Missoltini, che apre il disco, introduce immediatamente la dimensione dialogica del progetto. La tromba e il pianoforte sembrano procedere per avvicinamenti successivi, costruendo un clima sospeso che privilegia l'ascolto reciproco più che l'affermazione individuale.
Anaphora, uno dei brani firmati da Locarni e scelto anche come singolo, sviluppa una scrittura più ampia e narrativa, nella quale il pianoforte disegna linee armoniche mobili mentre la tromba ricerca un lirismo misurato e mai enfatico.
L'enigmatica HK3B4DBS introduce invece una componente più astratta e sperimentale, lasciando emergere quelle tensioni timbriche e quelle aperture improvvisative che costituiscono uno degli aspetti più interessanti dell'intero lavoro.
Il breve Preludio de Mirambel No. 5 di Antón García Abril rappresenta una parentesi quasi cameristica che amplia ulteriormente gli orizzonti del disco, creando un ponte tra linguaggio classico e sensibilità contemporanea.
Con F.D.A. e Leyla riemerge con maggiore evidenza la scrittura di Locarni, capace di coniugare rigore formale e una certa cantabilità melodica che attraversa il disco senza mai diventare esplicita.
Potion 30, unico brano firmato congiuntamente dai due musicisti, appare come un'intersezione particolarmente significativa del loro dialogo: una miniatura sonora in cui composizione e improvvisazione sembrano confondersi.
Welcome Dragosh introduce una maggiore mobilità ritmica, mentre Corale chiude il percorso con un carattere raccolto e quasi meditativo, lasciando che il silenzio e la risonanza degli strumenti diventino parte integrante del discorso musicale.
Alianti è un lavoro che chiede tempo, silenzio e disponibilità all’ascolto. Non cerca l’effetto immediato né la spettacolarità, ma costruisce lentamente un paesaggio fatto di attese, respiri e piccoli spostamenti emotivi. Simone Locarni e Tom Arthurs trasformano il dialogo tra pianoforte e tromba in uno spazio aperto, dove scrittura e improvvisazione convivono con naturalezza e ogni nota sembra nascere dall’esigenza di ascoltare l’altro.
Alla fine del percorso resta la sensazione di aver osservato un orizzonte in continuo movimento: lontano, essenziale e profondamente umano. La musica non offre risposte definitive, ma lascia aperta la possibilità del viaggio, invitando l’ascoltatore a lasciarsi trasportare ancora un po’ più lontano.
Tracklist: Missoltini – Tom Arthurs, Anaphora – Simone Locarni, HK3B4DBS – Tom Arthurs, Preludio de Mirambel No. 5 – Antón García Abril, F.D.A. – Simone Locarni, Potion 30 – Tom Arthurs – Simone Locarni, Leyla – Simone Locarni, Welcome Dragosh – Tom Arthurs, Corale – Simone Locarni
English version
Simone Locarni, Tom Arthurs – Alianti (Abeat Records, 2026)
A slow flight between silence and light
Simone Locarni and Tom Arthurs meet in a sonic territory that refuses any predefined scheme, finding its strength in the encounter between two distinct artistic sensibilities. Alianti, released by Abeat Records, takes shape as an open dialogue in which piano and trumpet search for each other, draw closer, drift apart, and eventually merge into a shared language that transcends the boundaries of the individual instruments. This is music that breathes, that allows silence to exist, and invites the listener to follow every subtle shade of its unfolding.
Locarni’s piano draws shifting harmonic structures, suspended between composition and improvisation, with a formal clarity rooted in his early classical training, later consolidated at the “Giuseppe Verdi” Conservatory in Milan. His gradual approach to jazz language results in a balanced writing style, where compositional thought remains constantly in dialogue with the freedom of the moment. Encounters with the legacy of musicians such as Franco D’Andrea, Umberto Petrin, and Ramberto Ciammarughi contribute to shaping a sensibility that privileges sound construction as a shared process rather than an individual statement.
Arthurs’ trumpet enters this space with a language that alternates fragility and intensity, often working through subtraction and timbral transparency. His international training and long-standing presence on the European scene have helped shape an aesthetic in which sound is never imposed, but allowed to emerge, as if every note were part of an ever-evolving narrative.
Within this encounter, the project takes form as a shared experience rather than a simple collaboration between two names. Influences such as Norma Winstone, John Taylor, Kenny Wheeler, and Paul Bley appear as implicit aesthetic coordinates, most recognisable in the attention to musical breathing, chamber-like intimacy, and the handling of sonic space. At times, a warmer, almost Mediterranean light emerges, flowing through the music without ever becoming dominant, instead acting as an internal shade of the language.
The writing alternates between more structured moments and passages of greater freedom, where form expands and leaves room for improvisation. The journey unfolds as a continuous movement of balance between construction and surrender, control and expressive risk, without ever settling into a fixed direction. It is precisely within this constant oscillation that the dialogue between the two musicians finds its natural evolution, preparing the ground for a closer reading of the individual pieces in the following section.
The result is a continuous emotional ebb and flow, where each track becomes a fragile point of balance between composition and improvisation, between control and release. A work that thrives on the mutual trust of the two musicians and on their ability to transform dialogue into living sonic matter.
Missoltini, which opens the album, immediately introduces the dialogic nature of the project. Trumpet and piano move through gradual approaches, building a suspended atmosphere that favours mutual listening over individual assertion.
Anaphora, one of Locarni’s compositions and also chosen as a single, unfolds into a broader, more narrative structure, where the piano draws fluid harmonic lines while the trumpet seeks a restrained, never excessive lyricism.
The enigmatic HK3B4DBS introduces a more abstract and experimental dimension, revealing timbral tensions and improvisational openings that stand among the most compelling aspects of the entire work.
The brief Preludio de Mirambel No. 5 by Antón García Abril offers a quasi-chamber interlude, further expanding the album’s horizons and creating a bridge between classical language and contemporary sensibility.
With F.D.A. and Leyla, Locarni’s writing re-emerges more clearly, combining formal rigour with a melodic inclination that runs through the album without ever becoming overt.
Potion 30, the only jointly composed piece, stands as a particularly significant intersection of their dialogue: a sonic miniature where composition and improvisation seem to dissolve into one another.
Welcome Dragosh introduces greater rhythmic mobility, while Corale closes the journey with a restrained, almost meditative character, allowing silence and resonance to become an integral part of the musical discourse.
Alianti is a work that demands time, silence, and openness to listening. It does not seek immediacy or spectacle, but slowly builds a landscape made of anticipation, breath, and subtle emotional shifts. Locarni and Arthurs transform the dialogue between piano and trumpet into an open space where composition and improvisation coexist naturally, and every note seems to arise from the need to listen to the other.
In the end, what remains is the impression of having observed a horizon in constant motion: distant, essential, and deeply human. The music offers no definitive answers, but instead leaves open the possibility of journeying further, inviting the listener to be carried a little farther still.

